Il 1° ottobre è venuto a trovarci in Piazza Leonardo da Vinci Innocenzo Scullica, laureato in Ingegneria Chimica al Politecnico nel 1955. Ha 96 anni ed è arrivato con la moglie Silvana e alcuni familiari. Dopo il saluto del prof. Enrico Zio, Delegato della Rettrice per gli Alumni e il Fundraising, ci ha raccontato la sua vita, dagli anni della guerra alla carriera in Pirelli. E ci ha spiegato perché è tornato a trovarci: “Sono venuto qua per ringraziarvi.”
Al Politecnico è arrivato per volontà del padre. Era medico oculista e appassionato di tecnologia, e voleva che il figlio aprisse una strada nuova, quella industriale. La madre, in una famiglia di avvocati, medici e amministratori, avrebbe preferito per lui Medicina. A chiudere la questione è stata un’operazione a cui il padre lo ha portato ad assistere. “Io quasi svenivo.” La madre ha smesso di insistere.
Gli anni della scuola sono stati quelli della guerra. Innocenzo aveva cominciato le medie a nove anni, nell’ultimo anno scolastico prima che l’Italia entrasse nel conflitto, nel giugno 1940. Poi sono arrivati i bombardamenti e la famiglia è sfollata nei paesi vicini. Lì gli studi sono andati avanti con insegnanti che il padre trovava di volta in volta. Quando nel 1947 è entrato al Politecnico, i compagni parlavano già con familiarità di derivate e integrali, e lui ha recuperato a forza di studio. “Mi sono dovuto impegnare moltissimo per venire fuori.”

“Milano è diventata la mia città”
A Milano non conosceva nessuno. Ci è arrivato accompagnato da un medico che lavorava con il padre. Grazie al fratello di lui, ingegnere in città, ha trovato alloggio presso la vedova di un architetto, in corso di Porta Nuova, e per arrivare in Piazza Leonardo prendeva l’11. Del Politecnico di allora ricorda una struttura “architettonicamente estremamente seria”: all’ingresso il grande cancello e la portineria del bidello capo Motta, poi lo scalone che saliva all’Aula Magna. “C’è ancora”, ci ha fatto notare. Il rettore era Gino Cassinis. Tra lo studio e le prime amicizie, con i compagni di corso e con chi aveva le sue stesse origini, Milano è diventata la sua città. Quando gli abbiamo detto che ormai è milanese, ha risposto: “Sì, perbacco. Ormai lo sono definitivamente.”
Il metodo di Piazza Leonardo
La tesi l’ha fatta sulle materie plastiche, perché il maestro, in quegli anni, era Giulio Natta. Ma della sua formazione ricorda soprattutto il metodo. Il professore impostava la lezione e l’assistente la traduceva in esercizi e applicazioni: da quel lavoro in coppia è nato il suo modo di studiare. “Il Politecnico mi ha insegnato a studiare, a impostare lo studio. Mi ha insegnato come affrontare un problema, come studiarlo.” In Piazza Leonardo ha trovato anche la conferma dei valori con cui era cresciuto, laboriosità, tenacia e correttezza. “Per questo sono grato al Politecnico. Su questa base ho costruito tutto.”
Dal Politecnico alla Pirelli
Anche l’ingresso nel mondo del lavoro è passato dal Politecnico. Appena laureato è andato dal suo professore di Fisica Tecnica a chiedere che cosa fare. Grazie a lui è entrato in una società saccarifera, che lo ha mandato per sei mesi a imparare nello zuccherificio di Migliarino, nel ferrarese. Lì il primo insegnante è stato il fuochista, che gli ha insegnato a leggere i fumi. “Ho capito che era importantissimo il contatto con chi aveva l’esperienza del lavoro.” Dopo sei mesi è tornato in Piazza Leonardo, dal professor Adolfo Quilico, docente di Chimica Generale: “Professore, lì non imparo nulla.” Quilico ha annuito e gli ha risposto con tre parole: “Provi la Pirelli.”
In Pirelli è entrato come apprendista, nella direzione tecnica della divisione pneumatici. Il primo incarico è stato uno studio sulla plastificazione della gomma, un lavoro che i colleghi consideravano noioso. Lui l’ha affrontato mettendo a frutto quello che aveva imparato: ha osservato tutto e ha scritto norme che davano risultati ripetibili. “Erano incarichi banali, all’inizio, che mi venivano proposti per vedere come me la cavavo. Da lì nacque lo sviluppo della mia carriera.” Nel 1957 gli hanno affidato l’applicazione del controllo statistico della qualità, che molti consideravano “un’americanata”. Ha funzionato. Da lì sono arrivati la segreteria tecnica della divisione pneumatici, sei mesi in Inghilterra e, nel 1965, la nomina a dirigente. “Muovermi nelle incertezze l’avevo imparato al Politecnico, nella rigorosità dell’indagine, nello studio del problema.”
Alla formazione del Politecnico ha aggiunto un master alla Bocconi. Da dirigente sono arrivati gli incarichi commerciali e molti anni all’estero, dalla Tunisia all’Egitto, dalla Corea all’Indonesia. Tra i ricordi ci ha raccontato quello di un viaggio a Taiwan, fatto in fretta quando un fornitore rischiava di non consegnare in tempo i ruotini di scorta per un nuovo modello Fiat. Il presidente del gruppo taiwanese gli ha messo una mano sulla spalla e gli ha detto di stare tranquillo. Per Innocenzo è la storia di un incontro “fra culture diverse, che non si parlavano direttamente”. Lasciata la Pirelli a 62 anni, è stato anche amministratore delegato di un’azienda metalmeccanica in crisi, contribuendo in questa veste al suo risanamento.
Che cosa tiene insieme una comunità
Negli anni al Politecnico è tornato più volte, per le celebrazioni del Nobel di Giulio Natta e per andare a trovare un amico. Questa volta è venuto per parlare con noi, e gli abbiamo chiesto che cosa dovrebbe essere, secondo lui, una comunità di Alumni. Ha risposto partendo da quello che ha imparato in Pirelli, dove si lavorava per obiettivi e si costruivano squadre attorno a un risultato. Con alcuni collaboratori di allora è ancora in contatto, e uno di loro glielo ricorda così: “Tu venivi e fissavi gli obiettivi al gruppo: adesso ci mettiamo tutti insieme, lavoriamo, otteniamo e poi ci divertiamo. L’ultima parte non l’abbiamo mai fatta.”
Per Innocenzo “un gruppo non finalizzato non ha un grosso valore”, e lo stesso vale per una comunità come la nostra. “Per ricordare ha meno significato. Per costruire ha un significato.” Parlando di una recente iniziativa dell’Ateneo letta sui giornali, ha insistito sull’importanza di portare a contatto “le capacità di studio del Politecnico con i bisogni della società”. Agli studenti e alle studentesse che si iscrivono oggi a Ingegneria Chimica raccomanda di “entrare nel problema capendolo, capire l’essenza del problema”, con curiosità, tenacia e rigore. E di restare aperti: “Accettare tutte le novità studiandole, cercando di comprendere.” In sala c’era anche la moglie Silvana. “Mi ha sempre seguito. Ed è qua.” Grazie, Innocenzo, per essere tornato in Piazza Leonardo a raccontarci la tua storia.