Il panorama italiano delle business schools è in crescita, secondo QS Online MBA Ranking: Europe 2023, la periodica classifica di Quacquarelli Symonds sulla qualità delle business school a livello internazionale.
In questo panorama, già un segnale positivo per il nostro Paese, laSchool of Management del Politecnico di Milano si posiziona al primo posto in Italia e al 4° in Europa, dietro a IE Business School (Spagna), Warwick Business School e Imperial College Business School (entrambe nel Regno Unito, il paese della zona europea più rappresentato in questo ranking per numero di business school). La classifica comprende 26 programmi europei di MBA online.
La nostra scuola ha ottenuto risultati eccellenti nell’indicatore “Faculty & Teaching”, che in particolare ci posiziona primi in Europa per la qualità dei docenti e dell’insegnamento (la survey ha coinvolto oltre 100.000 profili accademici in tutto il mondo). La SoM primeggia anche nei parametri Employability, cioè il grado di occupabilità degli iscritti, dove ci troviamo al 5° posto in Europa, e per Class Experience, esperienza di learning offerta ai partecipanti, che ci vede al 3° posto.
«Questo riconoscimento arriva a distanza di poche settimane da quello del Financial Times; essere tra le migliori business school europee con il nostro Executive MBA insegnato in modalità digitale anche secondo l’autorevole ranking QS sancisce, ancora una volta, la nostra leadership in ambito innovazione e digitalizzazione della formazione manageriale», hanno commentato Vittorio Chiesa e Federico Frattini, rispettivamente presidente e dean di Polimi Graduate School of Management, in un’intervista a il Sole 24 Ore. «Il primo posto in Europa per la qualità dei nostri docenti e del nostro insegnamento rappresenta un risultato storico che non può far altro che renderci orgogliosi poiché contribuisce ad accrescere la reputazione di cui gode la nostra scuola».
Stonehenge continua ad attirare l’attenzione di studiosi e ricercatori a più di 4 millenni dalla sua costruzione. Il Professor Giulio Magli del Politecnico di Milano e il Professor Juan Antonio Belmonte dell’Instituto de Astrofísica de Canarias e Universidad de La Laguna di Tenerife hanno pubblicato uno studio innovativo che aiuta a spiegare la funzione originaria del monumento.
Nel corso degli anni, infatti, sono state avanzate numerose teorie sul significato e sulla funzione del sito, come quella che fungesse da calendario. Oggi, invece, gli archeologi hanno un’immagine piuttosto chiara di questo monumento come “luogo degli antenati”. L’archeoastronomia, che spesso utilizza le immagini satellitari per studiare l’orientamento di antichi siti archeologici, ha un ruolo chiave in questa interpretazione, poiché Stonehenge mostra un allineamento astronomico rispetto al sole in connessione sia all’alba del solstizio d’estate, che al tramonto del solstizio d’inverno. Ciò spiega un interesse simbolico dei costruttori per il ciclo solare, molto probabilmente legato alle connessioni tra vita ultraterrena e solstizio d’inverno nelle società neolitiche.
Una delle teorie più recenti da sfatare è che Stonehenge sia un calendario gigante basato su un’interpretazione numerologica dei calendari egizio e giuliano con 365 giorni e 12 mesi dell’anno. Secondo i professori Giulio Magli del Politecnico di Milano e Juan Antonio Belmonte dell’Instituto de Astrofísica de Canarias e dell’Universidad de La Laguna di Tenerife, questa affermazione non è corretta.
«Tutto sommato, il presunto calendario solare neolitico di Stonehenge si è dimostrato un costrutto puramente moderno, le cui basi archeoastronomiche e calendariali sono scarse. Come più volte accaduto in passato, ad esempio per le affermazioni (dimostrate insostenibili dalla ricerca moderna) che Stonehenge fosse usata per predire le eclissi, il monumento torna al suo ruolo di testimone silenzioso del paesaggio sacro dei suoi costruttori, ruolo che – sottolineano Magli e Belmonte – non toglie nulla al suo straordinario fascino».
Credits: Juan Belmonte
Credits: Juan Belmonte
STONEHENGE: LA NUOVA TEORIA
Questa è quindi la teoria che è stata sottoposta a un severo stress test da due esperti di Archeoastronomia, Juan Antonio Belmonte e Giulio Magli. Nel loro articolo, pubblicato su Antiquity, una delle più autorevoli riviste scientifiche di Archeologia, gli autori mostrano che la teoria si basa su una serie di interpretazioni forzate delle connessioni astronomiche del monumento.
L’ELEMENTO ASTRONOMICO
Magli e Belmonte hanno analizzato in primo luogo l’elemento astronomico. Nonostante l’allineamento del solstizio sia accurato, gli autori mostrano che il lento movimento del sole all’orizzonte nei giorni prossimi ai solstizi rende impossibile controllare il corretto funzionamento del presunto calendario, poiché il dispositivo, composto da enormi pietre, dovrebbe essere in grado di distinguere posizioni molto precise, meno di 1/10 di grado.
LA NUMEROLOGIA
Attribuire significati ai “numeri” in un monumento è sempre una procedura rischiosa. In questo caso, un “numero chiave” del presunto calendario, 12, non è riconoscibile in nessun elemento di Stonehenge, così come qualsiasi mezzo per tenere conto del giorno epagomeno aggiuntivo ogni quattro anni, mentre altri numeri non vengono presi in considerazione, il portale di Stonehenge, ad esempio, era fatto di due pietre.
I MODELLI CULTURALI
Una prima elaborazione del calendario di 365 giorni più 1 è documentata in Egitto solo due millenni dopo Stonehenge (ed è entrata in uso secoli dopo). Pertanto, anche se i costruttori hanno ripreso il calendario dall’Egitto, lo hanno perfezionato da soli. Inoltre, hanno inventato anche un edificio per controllare il tempo, poiché nulla di simile è mai esistito nell’antico Egitto. Infine, un trasferimento e un’elaborazione di nozioni con l’Egitto avvenuto intorno al 2600 a.C. non ha basi archeologiche.
Per la prima volta, a prendere il via alla manifestazione 1000 Miglia 2023, evento che incarna la storia dell’automobilismo mondiale, sarà un’auto autonoma, simbolo del futuro.
Denominato “1000-MAD” (1000 Miglia Autonomous Drive), il progetto del Politecnico di Milano rappresenta la prima sperimentazione al mondo di veicoli autonomi su strade pubbliche, con un percorso di estensione di più di 1500 km e con una finestra temporale di oltre 12 mesi.
1000-MAD è un’iniziativa che mira a far crescere le competenze tecniche dell’industria italiana, a contribuire allo sviluppo della mobilità sostenibile e a creare consapevolezza nel grande pubblico su questa tecnologia.
Il progetto del Politecnico vede il supporto e la collaborazione di 1000 Miglia S.r.l., il supporto e il patrocinio del MOST – Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile e di numerosi sponsor e partner tecnici. Diversi i gruppi di ricerca e i nostri dipartimenti coinvolti, per affrontare in modo integrato temi di sviluppo tecnologico, di management di progetto (guidato dall’Osservatorio Connected Car & Mobility), e anche di design e comunicazione.
Negli ultimi anni, il Politecnico di Milano ha lavorato intensamente sul fronte dell’Artificial Intelligence e delle tecniche di guida autonoma applicata alle auto da corsa, e ora, in vista di una possibile legislazione sulla circolazione di vetture autonome su strade pubbliche, il progetto “1000-MAD” si candida come la prima sperimentazione al mondo di veicoli autonomi in contesti pubblici, caratterizzata da altissima varietà di percorso, iterata su più round sperimentali.
LA VETTURA
Il veicolo che verrà usato per la sperimentazione è la nuovissima Maserati MC20 Cielo, una supersportiva iconica ed emozionale che unisce il meglio delle moderne tecnologie con il fascino della storia di Maserati (che si è più volte intrecciata con la storia della 1000 Miglia).
Su questa vettura, messa a disposizione da Maserati, il Politecnico di Milano ha installato tutti gli elementi tecnologici di un “robo-driver” (sistemi di attuazione, sensori, computer, sistemi di comunicazione, e tutto il software che implementa gli algoritmi dell’AI-driver), per poter mettere alla guida della “Cielo” un’Intelligenza Artificiale.
L’utilizzo di una Maserati come base veicolistica di questo progetto vuole anche testimoniare l’intensa collaborazione di ricerca che esiste da più di un decennio fra il Politecnico di Milano e l’ingegneria Maserati nell’ambito dei sistemi elettronici di controllo&automazione del veicolo.
LA 1000 MIGLIA 2023
Dal 13 al 17 giugno, la Maserati MC20 Cielo attraverserà l’intero tracciato della 1000 Miglia, affrontando in modalità “guida autonoma” alcuni tratti del percorso, in cui è in fase di completamento la richiesta di autorizzazione al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (in particolare, gli attraversamenti delle città di Bergamo e Brescia, Capitale italiana della cultura 2023, Milano, Ferrara, Modena e Parma). Nelle tratte che verranno autorizzate entro quella data il veicolo guiderà in totale autonomia, rispettando le regole del Codice della Strada, come previsto dalla gara di regolarità storica a tappe che si svolge in modo promiscuo al normale traffico automobilistico.
LA SPERIMENTAZIONE E LA 1000 MIGLIA 2024
La partecipazione alla 1000 Miglia 2023 è solo il primo passo di “presentazione” del progetto. Conclusa l’edizione 2023 della “Corsa più bella del mondo”, partirà un anno di intenso sviluppo e affinamento sperimentale della tecnologia dell’A.I-driver, in cui la vettura sarà addestrata su un percorso simile a quello della 1000 Miglia su strade comunali, provinciali e statali, e in parte anche tratte autostradali, con l’obiettivo finale di effettuare in modalità autonoma l’intero percorso della “1000 Miglia 2024”.
IL CO-DRIVER
Per rispettare i requisiti di autorizzazione alla sperimentazione (D.M.70 “smart-roads”), il veicolo guidato dalla A.I-driver del Politecnico di Milano dovrà essere costantemente supervisionato da un co-driver umano. Nella 1000 Miglia del 2023 il co-driver sarà d’eccezione: Matteo Marzotto, pilota esperto e membro del CdA di 1000 Miglia S.r.l., con numerose esperienze di partecipazione alla 1000 Miglia storica. Ricorderà così i 70 anni dalla vittoria (edizione 1953) dello zio Giannino, in un ideale passaggio di consegne fra passato, presente e futuro. Questo legame fra guidatore umano ed intelligenza artificiale sarà visivamente rappresentato da un oggetto di arte moderna, in fase di sviluppo al Dipartimento di Design del Politecnico, che verrà svelato all’apertura della 1000 Miglia e che affiancherà Matteo Marzotto per tutto il percorso.
LA PERCEZIONE DEGLI ITALIANI
Il progetto ha anche l’obiettivo di far conoscere la guida autonoma al grande pubblico. Secondo i dati dell’Osservatorio Connected Car & Mobility del Politecnico di Milano, infatti, oggi i consumatori italiani si dividono perfettamente in un 50% già propenso a utilizzare un’auto a guida autonoma e un altro 50% contrario. I principali motivi per i favorevoli sono la comodità di “poter fare altre attività durante il tragitto” (45%), e la maggiore sicurezza (31%); viceversa, i contrari sono frenati dal disagio di non avere il controllo della vettura (37%) e dalla sensazione di minore sicurezza (33%). C’è bisogno, dunque, di evidenze per informare e preparare i consumatori alla rivoluzione della mobilità autonoma.
IL VALORE PER IL PAESE
Il progetto “1000-MAD” potenzierà la capacità scientifica e tecnologica italiana, creando un contesto sperimentale unico al mondo in cui fare ricerca e sviluppo di nuove tecnologie per la mobilità autonoma. Inoltre, contribuirà a definire gli interventi normativi per promuovere lo sviluppo e l’utilizzo di vetture autonome; creerà una connessione tra i principali centri di ricerca e i territori attivi in Italia e all’estero sul tema; raccoglierà e pubblicherà dati tecnici per sviluppare strategie industriali e tecnologie. Infine, il progetto ha l’obiettivo di raccogliere e pubblicare dati sul territorio italiano, definendo e calcolando un AI Autonomous Drive Readiness Index, che possa aiutare tutte le amministrazioni ad indirizzare le loro politiche (e risorse) sui temi prioritari per quel territorio.
Milano, 18 aprile 2023 – Il Codice Atlantico è una delle raccolte più estese e affascinanti di disegni e scritti di Leonardo da Vinci. La sua conservazione è una grande sfida per studiosi e ricercatori. Un approfondito studio, pubblicato su Scientific Reports, è stato condotto dal Politecnico di Milano sul Foglio 843 del Codice, per comprendere le cause di alcune macchie nere apparse da qualche anno sul passepartout moderno che rilega i folii originali leonardeschi.
Il gruppo di ricerca interdisciplinare coordinato da Lucia Toniolo, professoressa di Scienza e Tecnologia dei Materiali del Politecnico di Milano, ha utilizzato una serie di tecniche di analisi non invasive e micro-invasive per esaminare il fenomeno e studiarne la natura e le cause.
Il Codice Atlantico, donato alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana nel 1637, è stato oggetto di un importante restauro effettuato dal Laboratorio del Libro Antico dell’Abbazia di Grottaferrata tra il 1962 e il 1972. L’intervento è terminato con la realizzazione di 12 volumi con 1119 fogli: ogni pagina è composta da un passepartout con finestra (aggiunto dai restauratori a Grottaferrata) che incornicia i frammenti originali di Leonardo. Dal 1997 il Codice è conservato in un ambiente con un microclima strettamente controllato, secondo gli standard per la conservazione della carta.
Credits: Phys.org
Nel 2006 sono state scoperte delle piccolissime macchie scure sul passepartout, localizzate intorno alla finestra che incornicia e rilega il foglio. Questo fenomeno di annerimento, osservato su circa 210 pagine del Codice a partire dal Foglio 600 in poi, ha suscitato grande preoccupazione tra i curatori e conservatori del museo e gli studiosi. Un primo intervento, nel 2009, ha portato alla sfascicolazione dei volumi. Oggi i disegni sono montati singolarmente su passepartout, in cartelle e scatole non acide. La ricerca condotta dal Politecnico è iniziata nel 2021 in occasione di un primo progetto pilota su tre disegni del Codice finanziato dal Fondo Italiano di Investimento che ha previsto la rimozione e sostituzione del passepartout del Foglio 843.
Studi precedenti avevano escluso che le macchie derivassero da processi di deterioramento microbiologico. La ricerca del Politecnico di Milano combinando indagini di fotoluminescenza iperspettrale, imaging di fluorescenza UV, con un imaging micro-ATR nell’infrarosso, ha evidenziato la presenza di colla d’amido e colla vinilica localizzate nelle aree dove il fenomeno delle macchie è più intenso, proprio vicino al margine del foglio.
Inoltre, è stata rilevata la presenza di nano-particelle inorganiche tondeggianti, del diametro di 100-200 nanometri, composte da mercurio e zolfo, che si sono accumulate all’interno delle cavità formate tra le fibre di cellulosa della carta del passepartout. Infine, grazie all’utilizzo di analisi di sincrotrone, condotte a ESRF a Grenoble, è stato possibile identificare queste particelle come metacinabro, un solfuro di mercurio in una fase cristallina inusuale di colore nero.
Approfonditi studi sui metodi di conservazione della carta hanno permesso di formulare alcune ipotesi sulla formazione del metacinabro. La presenza di mercurio potrebbe essere associata all’aggiunta di un sale antivegetativo all’interno della miscela di colla utilizzata nel restauro di Grottaferrata, che potrebbe essere stata applicata solo in alcune zone del pacchetto di carta del passepartout, proprio dove questo trattiene il folio leonardesco, per garantire l’adesione e prevenire attacchi microbiologici al Codice. La presenza di zolfo, invece, è stata collegata all’inquinamento atmosferico (a Milano negli anni ’70 i livelli di biossido di zolfo SO2 erano molto elevati) o agli additivi usati nella colla, che nel tempo, avrebbero portato alla reazione con i sali di mercurio e alla formazione di particelle di metacinabro, responsabili delle macchie nere.
La Milano Design Week può essere una vera e propria caccia al tesoro. Scegliere cosa vedere non è un gioco da ragazzi, noi abbiamo deciso di iniziare con l’aiuto del Sistema Design del Politecnico di Milano – cioè la Scuola del Design, il Dipartimento di Design e POLI.design, che partecipano a diversi appuntamenti con l’obiettivo di mettere in luce progetti e processi creativi degli studenti, veri protagonisti della nostra Accademia: un’occasione per scoprire il vostro Politecnico al di fuori delle “mura” dell’Ateneo. Ne trovate una guida (non esaustiva, sarebbe impossibile), a questo link.
UN TOUR PER GLI ALUMNI
Nell’attesa di questi sei giorni intensi, dal 17 al 23 aprile, abbiamo anche fatto una chiacchierata con l’Alumna e designer politecnica Elena Salmistraro, una delle figure più importanti del design contemporaneo internazionale, per (provare a) darvi una “guida tascabile” alla 61° edizione del Fuorisalone. Anche per lei, non è facile selezionare i posti più interessanti da vedere, viste le possibilità offerte dal Fuorisalone. Ci prova lo stesso: “Alcova ha tutte le novità, ed è un posto da visitare assolutamente anche perché lascia molto spazio alla sperimentazione”, inizia. Fondata nel 2018, Alcova è una piattaforma itinerante per il design indipendente e sostenibile che quest’anno, alla sua quinta partecipazione Fuorisalone, è ospitata dall’ex macello di Porta Vittoria, in Viale Molise 62 (che potrebbe essere la prossima hot zone di Milano, dopo l’espansione di NoLo). Qui troviamo anche una vecchia conoscenza della redazione, il designer Matteo Ragni.
“Anche il Brera Design District – aggiunge Salmistraro – rappresenta uno spazio consolidato, da non perdere”: Brera, tra il mistero dei suoi vicoli e la luce che invade le sue piazze, quest’anno ospita più di 200 eventi e installazioni. Tra un happening e l’altro, consigliamo una pausa rilassante all’Orto Botanico, dove potrete trovare, tra i protagonisti, anche il designer e architetto politecnico Italo Rota. Poi ci accompagna, metaforicamente, anche per i bellissimi chiostri dell’università Statale, che, come ormai da tradizione, ospitano numerose installazioni concettuali e interattive. Sempre per restare in tema “Poli”, qui troverete The Amazing Playground di Amazon, featuring Stefano Boeri Interiors.
Il nostro tour con Salmistraro (ma è solo uno dei mille possibili) si chiude nel luogo che sente più sente suo, legato indissolubilmente alla storia del Fuorisalone: il famoso Quadrilatero, che non ha bisogno di presentazioni. “Quest’anno Tortona è tornata in auge. Tra i moltissimi eventi, ospiterà anche una mostra di Giulio Cappellini alla quale partecipo anch’io”.
Elena Salmistraro. Credits: www.elenasalmistraro.com
UN APPUNTAMENTO FISSO, PER PASSIONE
Salmistraro ci racconta di come ha vissuto la Design Week da studentessa, attiva nel Fuorisalone, sino a diventare una figura di spicco del Salone stesso. “Quando ho iniziato a frequentare Industrial Design al Poli, aspettavo il Fuorisalone con grande entusiasmo e cercavo di vivere tutti gli eventi che si svolgevano nella zona di Via Tortona, partecipando attivamente con la distribuzione di biglietti e riviste. Per me il Fuorisalone era il Salone”. A guidarla era soprattutto la curiosità di osservare da vicino le nuove tecniche e i nuovi materiali, ma anche, soprattutto “da grande”, un’occasione di creare nuovi contatti e collaborazioni. “Ogni età ha la sua stagione”, spiega. Infatti, nel 2017 con I vasi dei Primati Elena vince il Premio come “Miglior Designer emergente del Salone del Mobile”, affermandosi come designer controcorrente in una fase in cui il minimale andava decisamente per la maggiore. Fu un rischio, ma finì tutto bene: “Si era creata una fila allo stand per vedere questi vasi che non ti dico. Sono passata dalla paura di un fallimento a vedere il mio nome sul palco come vincitrice del premio. Devo dire sinceramente che non ricordo nemmeno cosa ho detto nel discorso di premiazione ma l’emozione è stata unica.”
Primates, Ceramic vases for Bosa by Elena Salmistraro. Photo By: Tiziano Rossi. Credits: www.elenasalmistraro.com
LE COLLABORAZIONI DEL 2023
Nel corso della sei giorni della Design Week 2023, la nostra Alumna dovrà dividersi tra il Salone e il Fuorisalone. Si fa fatica a contare le iniziative che ospitano i suoi progetti, ve ne segnaliamo due. Per Tai Ping Carpets, azienda francese specializzata nella creazione di tappeti, ha realizzato una collaborazione esposta al Brera Design District, nel contesto del Fuorisalone: “Si tratta di una collezione di sei tappeti, che ho chiamato ‘Legami’, realizzati con tantissime tecniche diverse unite insieme: come un campionario di tutte le lavorazioni possibili che ricreano questi intrecci, formando dei nodi che vogliono rappresentare i legami umani. Per la Design Re-Evolution, l’installazione di Interni realizzata in zona Statale, invece ha collaborato con Hines, con un’installazione digitale sulla Torre Velasca, ancora in fase di ristrutturazione. Un’occasione unica per vedere questo storico simbolo milanese sotto una nuova luce. Ed è proprio questa una delle caratteristiche principali della Milano Design Week: quelli che sembravano capannoni abbandonati, magicamente prendono vita e luce, come moderne zucche magiche che ospitano non una Cenerentola, ma migliaia di persone.
È vero, non si trova un taxi, figuriamoci un parcheggio, ma non importa: meglio girare a piedi e godere della cornice, perché in questi giorni si aprono spazi che solitamente sono chiusi, come cortili, lussuosi loft, aree industriali, edifici storici. Se qualcuno lo chiedesse a noi, risponderemmo che il design è lo sforzo di portare la bellezza negli oggetti e nelle abitudini della vita quotidiana, un terreno dove si incontrano tecnica, estetica e funzionalità. E, ovviamente, progettualità politecnica. Per Elena, l’emozione è a tutti gli effetti una funzione dell’oggetto e forse è per questo che racchiude in queste poche parole il ‘senso’ del Fuorisalone: “per me, rappresenta la vita stessa di Milano”. Tutto sempre con concretezza, e, infatti, Salmistraro conclude così: “la cosa fondamentale per me è che le aziende con cui collaboro mantengano una qualità molto alta, in modo da facilitare il mio lavoro”.
Mettiamo insieme tecnologia e archeologia: spuntano possibilità inesplorate che portano a scoperte incredibili (come quella del tunnel nascosto nella piramide di Cheope, in Egitto). A rendere possibile questa connessione vi sono persone come Corinna Rossi, egittologa che insegna al dipartimento di Architettura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente Costruito del Politecnico di Milano. Con lei abbiamo fatto una chiacchierata, rubandole un po’ di tempo tra un volo per Bruxelles e un viaggio nel suo amato Egitto, per farci raccontare il suo lavoro.
Dopo aver studiato architettura (“non ero pronta ad abbandonare del tutto la scienza, e per questo ho scelto una facoltà che mi permettesse di studiare materie umanistiche e scientifiche”, ci racconta), la professoressa Rossi si è specializzata ottenendo un master e un dottorato in egittologia a Cambridge. ”Sono arrivata al Poli grazie al Progetto LIFE, un progetto di ricerca finanziato dall’ERC Consolidator Grant che ho vinto nel 2015”, ci spiega. “L’ho disegnato pensando al Poli: era l’unico ambiente in cui potevo trovare la commistione di competenze necessaria al mio lavoro”. È in particolare nel dipartimento ABC, tiene a sottolineare la professoressa, che ha trovato colleghi ricercatori esperti in restauro, storia, progettazione, ambiente costruito e rilievo archeologico.
INDAGARE SENZA DISTRUGGERE CON L’AIUTO DELLA TECNOLOGIA
Rossi e il suo gruppo di ricerca hanno lavorato a lungo all’individuazione di un modo di studiare senza distruggere, cioè scavando il minimo indispensabile per non rischiare di compromettere l’integrità del sito e avere un impatto il più leggero possibile sul luogo del ritrovamento. È la metodologia che ha utilizzato nel progetto LIFE: l’obiettivo era studiare un sito tardo romano situato lungo la frontiera dell’Impero in Egitto, nel deserto occidentale. Il sito, chiamato Umm al-Dabadib, è particolare perché intatto e costituito da un insediamento e un sistema agricolo. “Non è mai stato previsto uno scavo archeologico, perché avrebbe un effetto devastante per il luogo”. Tutti gli scavi archeologici sono, per definizione, operazioni di distruzione degli strati superiori, più recenti, a favore di quelli inferiori, più antichi. Ma nel caso specifico di Umm al-Dabadib a ciò si somma un altro problema: “guardando al rapporto costi/benefici e alla sostenibilità di far vivere in un sito senza acqua né elettricità un team di 25-30 persone, gli scavi comprometterebbero l’equilibrio naturale e l’integrità del sito, iscritto assieme al resto dell’oasi nella Tentative List dei siti UNESCO che uniscono cultura e natura”.
Archeologi e architetti del Politecnico hanno dunque studiato il rilievo 3D del sito comparandolo con lo studio metrologico degli edifici (ovvero ricostruendo la geometria della parte emersa dei detriti): hanno così potuto ipotizzare cosa ci fosse sotto. “Una volta che avevamo le idee chiare, siamo andati a colpo sicuro: quando abbiamo scavato, abbiamo trovato esattamente quello che ci aspettavamo. Questo ci ha permesso di individuare con maggior precisione le aree a cui dedicare ulteriori approfondimenti”. Oltre alla tecnologia, sottolinea la ricercatrice, a rendere possibile la ricostruzione è stato il lavoro degli egittologi, che hanno incrociato i dati storici e quelli provenienti da altre missioni.
LA GEOMETRIA DEGLI ANTICHI EGIZI
Un altro aspetto che ci colpisce durante nostra chiacchierata su egittologia moderna e tecnologia è il rapporto tra architettura e matematica nell’Antico Egitto, tema su cui Rossi ha pubblicato diversi lavori. “Il modo di utilizzare l’aritmetica e la geometria nell’architettura è cambiato molto nel corso dei secoli”, ci spiega. “Ora tendiamo a guardare alle architetture del passato utilizzando concetti matematici e architettonici moderni, ma questo è sbagliato”. Pensiamo alle piramidi: nel mondo moderno, ha senso parlare di inclinazione utilizzando i gradi. Ma nell’Antico Egitto non esistevano misure angolari, si utilizzavano misure lineari: “Immagini di appoggiare il proprio gomito su un punto di una faccia inclinata di una piramide. Tenendo il braccio verticale, potrà misurare la distanza tra la sua mano verticale e la faccia della piramide obliqua: quella sarà la seked, ovvero l’inclinazione”. La piramide di Cheope, ad esempio, ha una seked di 5 palmi e due dita, pari a circa 52° moderni. “Utilizzare i gradi serve a noi per comunicare tra noi in maniera più immediata, ma se intendiamo comprendere davvero il metodo costruttivo antico dobbiamo cambiare prospettiva per acquisire una visione più chiara della situazione”.
POLI E MUSEO EGIZIO: UNA COLLABORAZIONE CHE GUARDA AL FUTURO
Oltre al progetto LIFE, ora è in corso anche una collaborazione tra il Poli e il Museo Egizio. Com’è nata? “Ci siamo trovati”, afferma ridendo la professoressa Rossi. “Il Direttore Christian Greco ha avviato una grande opera di rinnovamento del concetto stesso di museo, che è un’enciclopedia materiale del nostro passato, e deve servire non solo a conservare dei reperti importanti, ma anche e soprattutto a fare ricerca. Noi collaboriamo a sperimentare nuovi modi di studiare gli oggetti, con la libertà d’azione fornita dal Politecnico in termini di ricerca e dall’essere fuori dagli schemi del mercato”.
E se ci spingessimo a parlare di metaverso in un museo 2.0? “In potenza l’ambito digitale può servire a ricontestualizzare gli oggetti, ma siamo ancora in fase di sperimentazione, e soprattutto esiste un problema fondamentale: l’impegno necessario per produrre contenuti digitali viene troppo spesso sottovalutato. Non basta produrre il modello 3D di un oggetto, occorre costruire la ragnatela di informazioni che ruotano intorno all’oggetto stesso per poter comunicare la sua storia. Egualmente, per costruire un ambiente digitale in cui muoversi bisogna conoscerlo bene, e per conoscerlo bene ci dev’essere una schiera di egittologi e informatici dedicati a creare il luogo da riprodurre nel metaverso. Si tratta di una direzione molto promettente alla quale però andranno dedicati investimenti ingenti.”
IN VOLO PER SAQQARA
Abbiamo rubato questa intervista alla professoressa Rossi ritagliando del tempo tra un volo di ritorno da Bruxelles, dov’è stata panel member per i progetti ERC, e uno di andata per l’Egitto, dove sarà impegnata ad aiutare il Museo Egizio a Saqqara. “Il nostro compito è realizzare un rilievo tridimensionale della stratigrafia, cioè fotografare ogni strato archeologico mano a mano che viene portato alla luce dagli archeologi”. Un altro aiuto che viene dalla tecnologia: disegnare ogni strato sarebbe un processo molto più lungo e meno preciso, mentre fotografarlo permette di catturare dettagli che, a volte, possono sfuggire agli archeologi stessi che si occupano degli scavi.
QUALCOSA DI PERSONALE
Prima di congedarci, chiediamo a Rossi di raccontarci la scoperta più emozionante che ha fatto nella sua carriera. “Gliene dico due: una fortemente voluta, l’altra del tutto casuale. La prima risale al 2022, quando nel sito di Umm al-Dabadib (quello del progetto LIFE, NdR) abbiamo rinvenuto i primi quattro papiri mai ritrovati lì. Due sono lettere complete e intatte, e una non era mai stata aperta: un’emozione indescrivibile”.
“La seconda scoperta, quella casuale, risale a vent’anni fa: lavoravo a Tell el-Amarna con la missione britannica, e camminando nella sala dell’incoronazione del faraone Smenkhkare sono letteralmente inciampata su un sasso… che non era affatto un sasso, ma il frammento di una statuetta di principessa amarniana (della località di Amarna, NdR). Chissà com’è possibile che nessuno l’avesse trovato prima di me!”
Telegrafica: tre cose che l’hanno fatta innamorare dell’Egitto. “La geometria delle piramidi, il deserto, la natura che è ancora preponderante non appena si scappa dalla città”.
Difficile trovare una storia che intrecci con naturalezza calcio e musica come la storia della canzone “Guasto d’amore” di Bresh e della tifoseria del Genoa.
La canzone è diventata in breve una hit di Spotify, travalicando le barriere non solo del tifo ma anche del calcio.
La storia è lunga, ed è legata anche al Politecnico di Milano, perché due figure chiave del Genoa Cricket and Football Club sono due nostri Alumni: il direttore generale Flavio Ricciardella, ingegnere gestionale, e il brand manager Jacopo Pulcini, designer.
Ricciardella e Pulcini ci hanno spiegato come la società Genoa ha contribuito al successo di questa canzone, ma andiamo con ordine.
LA NASCITA DELLA CANZONE, CHE RIMANE SULLO SMARTPHONE
“Guasto d’amore è una canzone che ha 7-8 vite – ha raccontato a Radio Deejay l’autore, il rapper genovese Bresh, 26 anni -, nasce una sera con un mio amico, Luca Caro, che fa un giro di chitarra e io registro un vocale su WhatsApp. Il giorno dopo facciamo un video a caso sulla spiaggia. Tengo questo video per un anno nel telefonino, poi per caso lo faccio vedere a un amico che mi dice ‘pubblicalo!’. A quel punto il video diventa mezzo virale tra i genoani e una cerchia di miei fan. Mi chiama Mattia Perin a casa sua (ex portiere del Genoa, n.d.r.) per cantarla mentre lui suona il piano”.
Perin, che nel 2021 era capitano della squadra, se ne è innamorato l’ha rilanciata sui suoi social.
Poi l’anno scorso “con il Genoa già retrocesso in serie B i tifosi fanno una coreografia con le onde del mare rossoblu e un verso ‘gli stessi colore che cadono in mare / quando il sole tramonta, senza salutare’ poi ho scritto la seconda strofa e poi ho iniziato a fare i concerti”.
HIT SU SPOTIFY
La canzone è uscita su Spotify e lo scorso 2 febbraio ha esordito direttamente al primo posto della classifica settimanale Fimi/Gfk dei singoli più venduti, ascoltati e scaricati in Italia nei sette giorni precedenti
Sulle piattaforme di streaming la canzone preferita dai tifosi genoani era uscita il 27 gennaio, ma era entrata nell’immaginario collettivo dei tifosi da molto prima. Dal 27 gennaio però ha iniziato a valicare i confini del tifo e del calcio.
Da un verso scritto una sera con un amico, a un coro da stadio a una hit per tutti: primo posto su Spotify Italia e oltre 10 milioni di stream.
COME HANNO CONTRIBUITO RICCIARDELLA E PULCINI AL SUCCESSO DELLA CANZONE
Il brand manager Jacopo Pulcini ha spiegato come la società Genoa ha valorizzato quest’amore dei tifosi per la canzone: “Fin dal momento del lancio, la canzone è diventata un momento fisso della nostra scaletta pre match, la canta tutto lo stadio, si crea un’atmosfera unica. E quando giochiamo di sera spegniamo le luci dello stadio e i tifosi accendono le torce dei telefonini. Emozionante e coinvolgente”.
“Dopo aver visto la coreografia che i tifosi hanno fatto quando eravamo già retrocessi – ha aggiunto il direttore generale Ricciardella – abbiamo impostato la campagna abbonamenti usando come claim quel verso: gli stessi colore che cadono in mare / quando il sole tramonta, senza salutare”.
“Ho un guasto d’amore se vedo il Grifone, mi trema la pancia e mi vibra la voce. E quando ti vedo mi fai innamorare, perché se tradisci la faccio passare. Gli stessi colori che cadono in mare quando il sole tramonta senza salutare”.
Versi che hanno colpito l’inconscio collettivo genoano e poi italiano. Una storia da studiare: “Nonostante la retrocessione, dopo 15 anni di serie A, a fine campionato scorso i nostri tifosi hanno fatto una festa. È stato un momento importante perché già allora i tifosi avevano adottato ‘Guasto d’amore’ come loro coro preferito”.
“Tra i nostri contenuti social di questa stagione, quelli legati a questa canzone sono nettamente i più performanti di tutti, per noi è importante essere rilevanti anche per tutto ciò che è l’extra campo” ha confermato Pulcini.
UNA STORIA SEMPLICE MA DIFFICILMENTE REPLICABILE
A ben guardare la storia è semplice ma difficilmente replicabile: Bresh è di Genova, tifoso del Genoa che frequenta la gradinata ed è un rapper. A pensarci bene di tifosi musicisti ce ne sono tanti ma forse solo le canzoni di Venditti con la Roma possono vantare un legame più solido di quello Bresh-Genoa.
IL RUOLO DI RICCIARDELLA E PULCINI NEL GENOA
Il direttore generale Flavio Ricciardella, 43 anni,si è laureato al Poli in ingegneria gestionale nel 2007. Dal 2009 è entrato nel Genoa e dal 2019 ricopre la carica di direttore generale: “Come DG mi occupo di tutte le aree che sono al di fuori di quella sportiva, cioè la parte gestionale. Con l’area sportiva interagisco ovviamente, ma non scelgo i giocatori e non entro nelle questioni tecniche. Da giovane facevo l’arbitro di calcio a livello interregionale”.
“Ingegneria gestionale mi è stata utile, rivesto un ruolo per cui le basi di studio che ho avuto sono importanti. Sono entrato nel Genoa in un momento in cui le società di calcio si stavano strutturando”.
Flavio Ricciardella
Jacopo Pulcini
Jacopo Pulcini, 34 anni,è di Genova ed è genoano. Si è laureato al Poli in design della comunicazione: “Ho finito nel 2013 poi ho lavorato nel mondo dello sport, collaborando con Sky sport e Juventus nella comunicazione digital e social. Sono stato poi dipendente dell’Inter per quattro anni, dal 2018 al 2022”.
“Adesso sono tornato a casa, al Genoa. Qui sono Brand e Marketing Manager, curo l’identità visiva del club, mi occupo della promozione e della vendita dei prodotti Genoa, e dello sviluppo dell’immagine del nostro marchio. Il lavoro fatto con Bresh ha dato grande risalto al nostro brand, aiutandoci a raggiungere e coinvolgere le nuove generazioni e pubblici non necessariamente interessati al calcio”.
Cosa c’entra l’UX design con il trattamento dei pazienti post-ictus? Ce lo spiega il team di studenti dell’Alta Scuola Politecnica che ha sviluppato un progetto a riguardo che gli è valso la vittoria all’UX Design Award 2023, una competizione globale per le migliori user experience, che presenta prodotti e concept che forniscono soluzioni significative per bisogni reali, creando efficacemente un cambiamento positivo.
I componenti della squadra sono cinque ingegneri e un UX designer: Chiara Giovannini e Fedele Cavaliere (Alumni Politecnico di Milano), Alessandro Celauro, Paolo Tasca, Chiara Noli eRiccardo Volpiano (Politecnico di Torino), che insieme hanno dato vita al progetto DEUHR, per il quale hanno vinto il premio.
Credits: Michele d’Ottavio – Politecnico di Torino
DEUHR: COME FUNZIONA?
Digital Exergame for Upper limb and Hand Rehabilitation (DEUHR) introduce la ludicizzazione (o “gamification”) degli esercizi e tecnologie nel trattamento del paziente post-ictus, a casa o in una struttura di riabilitazione.
Credits: Michele d’Ottavio – Politecnico di Torino
I pazienti possono accedere agli allenamenti quotidiani, al monitoraggio dei progressi e al feedback dei medici tramite un’app digitale. Con DEUHR, i terapisti possono gestire tutte le fasi della terapia, dalla configurazione iniziale, al monitoraggio quotidiano, fino alla messa a punto del piano riabilitativo.
Credits: Michele d’Ottavio – Politecnico di Torino
I vantaggi sono molteplici: la ludicizzazione del processo riabilitativo può coinvolgere attivamente i pazienti perché possono sfruttare esercizi riabilitativi incorporati all’interno del videogioco. Inoltre, anche per merito della struttura modulare del design, il processo riabilitativo diventa meno dispendioso in termini di tempo anche per il terapista, che può personalizzare il trattamento, aggiungere nuovi esercizi e monitorare più pazienti semplicemente controllando l’app.
In futuro, DEUHR potrebbe essere esteso ad altre parti del corpo e ad altri tipi di malattie, sia fisiche che cognitive, con l’obiettivo di costruire un ambiente sociale più inclusivo inducendo un più rapido reinserimento dei pazienti nella società.
Gli IPMA Awards sono un riconoscimento per i project manager che danno il meglio per raggiungere i risultati desiderati dagli stakeholder, dalle organizzazioni o dalla società, affrontando complessità e volatilità sempre crescenti. I giudici hanno valutato le candidature in base ai seguenti criteri: problema di ricerca, processi di ricerca, risultati di ricerca e persone nella ricerca.
Il decennale lavoro di ricerca del professor Locatelli trova un compendio nel progetto “Il successo nella progettazione e consegna di Megaprogetti: una prospettiva di breve e lungo termine”.
I megaprogetti sono progetti caratterizzati da: enormi investimenti (spesso superiori a 1 miliardo di dollari), grande complessità (soprattutto in termini organizzativi) e impatto duraturo sull’economia, l’ambiente e la società.
La ricerca di Locatelli è finalizzata a identificare le caratteristiche dei megaprogetti che influenzano indicatori di successo di breve termine (rispetto dei tempi, costi, qualità – fase 1) e indicatori di successo del progetto di lungo termine (sostenibilità, creazione di valore per gli stakeholder ecc. – fase 2).
Nella fase 1 è stata sviluppata e applicata una metodologia che combina analisi qualitative e quantitative per raccogliere, selezionare e indagare best practices e metodologie per trasferire conoscenze a livello di portfolio. La metodologia è stata applicata alla realizzazione di grandi infrastrutture di trasporto, centrali elettriche e smantellamento di impianti nucleari.
Nella fase 2 è stata sfruttata una gamma più ampia di teorie e approcci, ad esempio: “a social identity perspective” per studiare l’impatto della responsabilità ambientale del megaprogetto, una prospettiva di “microfoundations” per studiare l’esperienza delle persone nel megaprogetto; metodi statistici quantitativi quali il “structural modelling approach” per studiare il nesso tra innovazione nell’azienda e innovazione nei megaprogetti.
La ricerca scientifica e tecnologica al Politecnico di Milano ha diverse fonti di finanziamento: in quanto Ateneo pubblico, una gran parte dei fondi proviene dal Ministero; sempre maggiore importanza stanno acquisendo però anche i finanziamenti “esterni”, cioè quelli che provengono da istituzioni o da imprese, che pesano per circa 147 milioni di euro all’anno (un terzo del finanziamento totale della ricerca).
Tra le istituzioni più coinvolte nel finanziamento alla ricerca c’è la Commissione europea. Dal 2014, attraverso il programma Horizon 2020 e Horizon Europe, il Politecnico ha ricevuto circa 262 milioni di euro dalla Commissione, che hanno finanziato 580 progetti di ricerca.
La maggior parte sono progetti di collaborazione tra diversi centri di ricerca. Una parte invece è dedicata ai ricercatori di eccellenza: tra questi, il Politecnico ha accolto 54 ERC e 46 Marie Curie Postdoctoral Fellowship. Si tratta di “grant” che vengono concessi a singoli ricercatori per progetti particolarmente promettenti, che riguardano campi scientifici di frontiera o tecnologie emergenti con grande potenziale di innovazione e di interesse collettivo.
I giovani ricercatori che si candidano per una “Marie Curie Postdoctoral Fellowship” (MSCA-PF) possono presentare una proposta progettuale in collaborazione con enti accademici o non accademici europei e sotto la supervisione di un responsabile scientifico che ne faccia parte.
I migliori atenei attirano i candidati migliori, anche grazie al supporto dei supervisor: scienziati “più anziani”, con esperienza nel campo specifico, in grado di guidare i vincitori nei vari step del progetto di ricerca, che di solito dura 2 o 3 anni.
MSCA MASTER CLASS
Per supportare giovani ricercatori di eccellenza, il Poli ha avviato un programma di talent development per sostenere i giovani e renderli più competitivi nell’acquisizione di grant europei e in generale sul panorama internazionale della ricerca. Una delle azioni previste dal piano strategico è la MSCA Master Class, un percorso di formazione pensato per i potenziali MSCA Postdoc, che possono ottenere supporto dall’Ateneo e da supervisor esperti durante la fase di scrittura della proposta e di sottomissione della stessa in risposta alla call della Commissione Europea.
Solo i migliori candidati vengono ammessi alla Master Class, che massimizza le loro possibilità di successo e allo stesso tempo li incentiva a appoggiarsi al Politecnico di Milano.
Dal 2014 sono 46 i grantee MSCA che hanno scelto il Politecnico per sviluppare le loro attività di ricerca. Ve li raccontiamo nella prossima puntata!
Questo sito utilizza i cookies per le statistiche e per agevolare la navigazione nelle pagine del sito e delle applicazioni web.
Maggiori informazioni sono disponibili alla pagina dell’ informativa sulla Privacy policy