Annaluigia Meroni, un’ingegnera di altri tempi

Studiava nei rifugi durante la Seconda guerra mondiale, ha fatto carriera in uno dei più antichi uffici brevetti di Milano, poi in Siemens e in Pirelli, tra Italia, Spagna e Stati Uniti

L’Alumna Annaluigia Meroni, 96 anni, nasce nel 1925 e si laurea in Ingegneria Civile nel 1953. La sua storia passa per la Seconda guerra mondiale, l’agognato diploma e la laurea al Poli, che frequenta subito dopo la guerra. Poi la professione di ingegnere, tra uffici brevetti, Siemens, Pirelli, Italia e Stati Uniti, occupandosi anche delle prime organizzazioni femminili, di pozzi petroliferi di recupero e di fissione dell’atomo.

Una carriera in un mondo prevalentemente maschile, dove la domanda “chiamarla ingegnere o signora?” è solo – per la nostra Alumna – un “ridicolo dettaglio legato ai tempi”, da scrollarsi di dosso con leggerezza, e dove non mancano donne intraprendenti e professioniste della tecnologia.

Ci siamo fatti raccontare la sua storia, oggi che le cose sono cambiate molto, ma c’è ancora tanta strada da fare per raggiungere una società inclusiva. 

Nel febbraio del 1942,

spinta dall’incalzare delle incursioni e dei bombardamenti, lasciai Milano per rifugiarmi in un paesello alle sorgenti della Livenza. Non sapevo cosa avrei fatto l’indomani: si viveva alla giornata. Nelle scuole, le sole informazioni disponibili riguardavano la politica in voga al momento, propaganda sull’andamento della guerra come ce la volevano raccontare.

Avevo ben chiaro che la pittura e le materie scientifiche erano le mie preferite e avrei voluto completare almeno il liceo scientifico. Perciò mi procurai e portai con me tutti i libri che mi sarebbero occorsi per farlo privatamente.

Ebbi anche la fortuna di conoscere e frequentare una vecchia signora anglo americana, rifugiata insieme a me per sfuggire alle leggi razziali, che mi consentì di perfezionare la mia lingua inglese, al punto da poterla usare quasi come una seconda lingua.

bombardamenti a Milano
Credits: Pinacoteca di Brera | ©Gianfranco Archivio Ucelli

Tuttavia, il tempo passava come un tempo sospeso, non si capiva se tutto quello che stava accadendo potesse avere un fine. Nel 1943 i tedeschi presero possesso di tutta l’Italia settentrionale. Per noi giovani non era vita, ma solo attesa, e di che? Eravamo isolati: i ragazzi per lo più erano a militare oppure in montagna. Ancora nessuna informazione, se non Radio Londra, che abbracciavamo quasi, la sera, nella camera più sotto la montagna e più lontana dalla strada per non essere scoperti dalle ronde tedesche.

È in questo clima che raggiunsi, nel ’44, il sospirato esame di maturità, che superai. Quasi svegliandomi da un sonno, compresi allora che esisteva vita al di là di quell’esame e degli eventi e che avrei dovuto scegliere per il domani. Mio padre, artigiano edile, doveva spesso ricorrere, per i suoi lavori, alla consulenza di ingegneri. Fu per me un’ispirazione e, essendo io sempre stata persona abbastanza concreta, scelsi Ingegneria Civile sottosezione Edile. Il mio papà, che era rimasto a Milano, mi iscrisse al Poli, ma io non potei naturalmente frequentare fino al mio rientro, a guerra terminata.

Alla fine della guerra purtroppo persi il padre e fui posta di fronte all’interrogativo se smettere o continuare con gli studi di ingegneria. Siccome sono dotata di una certa tenacia decisi di cercare lavoro e continuare, ben sapendo che così avrei allungato i tempi. Una mia cugina ufficiale dell’armata americana, grazie al mio inglese, mi offrì un posto di organizzatrice viaggi per gli americani ospitati all’Hotel du Nord.

Purtroppo, l’orario non mi permetteva di arrivare in tempo alla lezione di Analisi Matematica che mi pare iniziasse alle 2 e che non volevo perdermi. Comunque, altri studenti arrivavano in ritardo e si infilavano silenziosamente in classe, così mi accinsi a farlo io. Subii così la prima prova di discriminazione: al mio ingresso, i ragazzi posti nell’anfiteatro rumoreggiavano fortemente, disturbando il professore che, dopo un paio di volte, mi cacciò. Lasciai allora quel lavoro per poter seguire la lezione, ma ne trovai altri come traduttrice, soprattutto per l’Agip mineraria e l’Eni. Fra rinunce e sacrifici, studio e lavoro arrivai alla laurea, nel 1953.

annaluigia meroni

Trovai subito un lavoro presso la cattedra di Costruzioni Automobilistiche del prof. Fessia (l’inventore della macchina 500 Fiat) ma, essendo ancora vivo il mio desiderio di fare l’ingegner civile, chiesi ed ottenni di lavorare gratis et amore Dei presso lo studio dell’ing. Cesa Bianchi (ideatore del primo grattacielo di Milano).

Fui assegnata a collaborare con un ingegnere più anziano al calcolo di una scala di un edificio in costruzione a Milano in via Circo 6. Il lavoro mi risultò abbastanza noioso e non certo rispondente ai miei desiderata, per cui accettai con entusiasmo l’offerta dell’Ufficio Brevetti Ingg. Racheli e Bossi. Le due titolari, Adele Racheli e Rosita Bossi, erano due ingegnere, anche loro Alumnae del Politecnico: Racheli laureata in ingegneria meccanica nel 1920 e Bossi in Elettrotecnica nel 1924 (a queste due se ne aggiungeva una terza, ing. Lazzeri, che nel periodo di guerra per sfuggire alle persecuzioni razziali aveva fatto la cuoca in Svizzera).

Il lavoro di agente brevetti mi piacque subito, si era a contatto con le innovazioni, inoltre mi erano utili le lingue che allora conoscevo: francese e inglese e cominciai a studiare tedesco. Fu qui che venni invitata negli USA dal Department of Labour Woman’s Bureau per un periodo di formazione e addestramento in cui mi occupai di organizzazioni femminili, pozzi petroliferi di recupero e fissione dell’atomo.

annaluigia meroni

Tornata in Italia sentii subito il bisogno di migliorare la mia posizione economica e quindi accettai l’offerta della Siemens di occuparmi della Biblioteca, dei brevetti di un loro dirigente estesi in tutto il mondo e relativi alla fissione del Samario 144, nonché, nel frattempo, di avviare la creazione di un ufficio brevetti che al momento la ditta non aveva. Mi fu anche consentito di mantenere la mia attività di consulente nel campo Brevetti, Modelli e Marchi del Tribunale di Milano che già svolgevo da qualche anno.

Il lavoro era decisamente interessante e dinamico e mi permetteva di viaggiare molto. Il rapporto con i colleghi a livello orizzontale ottimo. In direzione verticale, diciamo, non si era ancora pronti a donne ingegnere. A livello direttivo si erano consultati perché non mi si chiamasse ingegnere ma signorina e ricordo che uno dei tanti direttori che si sono succeduti, avendo io chiesto un aumento di stipendio, mi disse chiaramente che me lo avrebbe dato se fossi stato un maschio.

annaluigia meroni

Lasciai la Siemens nel giugno del ’64 per seguire mio marito in Spagna dove mi arricchii di un’ulteriore lingua. Tornata in Italia nel 1967, accettai l’offerta della Pirelli di occuparmi della sezione Cavi del loro Ufficio Brevetti.

Anche in Pirelli mi si appellava semplicemente come signora, essendosi deciso in una riunione di dirigenti avutasi prima del mio arrivo, quando per la sezione meccanica (mi pare) si era assunta un’altra donna ingegnere di 5 anni più anziana di me. Si appellava però con “Dottoressa” una chimica preposta alla sezione Gomma, evidente incongruenza perché anche le ingegnere sono dottor Ingegner.

A parte il suddetto ridicolo dettaglio legato ai tempi, il lavoro in Pirelli era interessante: a quei tempi si stavano inventando le fibre ottiche. I rapporti con i colleghi-clienti (chiamiamoli così) dell’Ufficio Brevetti erano ottimi, tanto che vi rimasi anche su insistenza della ditta fino a 60 anni, ben oltre la pensione, che allora per le donne era a 55 anni. Lasciai la Pirelli nel 1985 con la speranza di dedicarmi almeno per un po’ ad uno dei miei amori giovanili: la pittura.

annaluigia meroni

Annaluigia Meroni, Alumna Ing. Civile 1953

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