Perché stiamo parlando di MADE, il competence center di Milano?

MADE è un hub di sviluppo per progetti di ricerca applicata e trasferimento tecnologico. È anche un “demo center” dove poter vedere e toccare con mano le tecnologie allo stato dell’arte dell’industria manifatturiera. Girando per i suoi 2500 m2 di nastri trasportatori, bracci meccanici e sensori, si ha quasi l’impressione di trovarsi in una fabbrica nel futuro; in realtà, il futuro che immaginiamo è già qui.

Guidato dal Politecnico di Milano, MADE unisce 4 università (oltre al Poli, collaborano le Università di Bergamo, Brescia e Pavia), INAIL e 43 imprese (tutti i partner a questo link) del territorio lombardo. Vi convergono quindi i più aggiornati metodi, strumenti e conoscenze sulle tecnologie digitali, dalla progettazione all’ingegnerizzazione, dalla gestione della produzione al termine del ciclo vita del prodotto. Ciascuno dei partner porta in MADE una dimostrazione della propria tecnologia, mostrando quali potenzialità si aprono quando le tecnologie esponenziali incontrano l’operation technology e non solo.

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Credits: Alessandro Spada

Progettato pre-pandemia e inaugurato a fine 2020, oggi MADE torna a occupare spazio nel discorso pubblico. Come mai? Ne abbiamo parlato con Stefano Rebattoni, Alumnus ingegneria gestionale e amministratore delegato di IBM Italia, uno dei partner fondatori del competence center.

“MADE è un luogo in cui mostrare alle PMI, gruppi industriali, start up innovative e incubatori cosa si può ottenere ripensando la fabbrica in termini di collaborazione tra information technology e operation technology. È stato creato sul territorio lombardo, caratterizzato dalla presenza di università di eccellenza e un forte tessuto imprenditoriale, per fare sistema tra questi player di punta e trainare il territorio circostante. Il PNRR oggi ci dà la grande opportunità di portare tutto questo su un fattore di scala differente, non più regionale e locale ma nazionale. Questo vuol dire maggiore occupazione e rapido sviluppo: migliora la competitività dell’intero settore manifatturiero italiano. Il quale, ci tengo a precisarlo, già oggi ha una posizione di assoluta rilevanza: è il secondo in ordine di importanza a livello europeo, con una decisa presenza delle PMI, ossatura del sistema economico del Paese”.

TRA LE MURA DEL MADE, 3 CAMPI DI RICERCA CON IMPATTO GLOBALE

Non solo per l’Italia, ma per tutto il mondo, ripensare il manifatturiero significa per prima cosa doversi occupare con urgenza di cyber security e efficientamento energetico. “Erano temi importanti quando abbiamo pensato MADE, oggi sono diventati un’emergenza”, commenta Rebattoni. Poi si lavora anche su altre cose, come il cloud, prerequisito per un concept di fabbrica più aperta, sicura ed efficiente.

MADE stefano rebattoni
Credits: Digital4

Qualche esempio? “Come IBM, stiamo lavorando con MADE a diversi progetti, ne cito alcuni. Lato cyber security: attraverso l’utilizzo della piattaforma QRadar, è possibile monitorare accessi alle risorse e identificare in anticipo comportamenti sospetti che si devono intercettare prima che si verifichino danni agli impianti o furti di dati. Sul controllo qualità, sviluppiamo un sistema di sensori che raccolgono immagini lungo tutto il ciclo di produzione. Questi dati vengono poi utilizzati dai modelli di intelligenza artificiale per identificare i difetti di fabbricazione e istruire le macchine per eliminarli. Sul fronte energia, lavoriamo con Icopower a un sistema in grado di monitorare il consumo energetico dei grandi macchinari industriali, rilevando comportamenti straordinari rispetto alle medie attese e normalizzando i profili di carico e consumo dell’energia”.

Come gruppi industriali, istituzioni e società in tutto il mondo siano ormai legati a doppio filo gli uni alle altre è qualcosa che possiamo leggere ogni giorno nei titoli di tutti i giornali. Quali criticità si nascondono in un sistema sempre più integrato?

I rischi sono sempre proporzionali alle opportunità. Si va verso una economia di piattaforme digitali, i dati sono distribuiti, le infrastrutture devono essere in grado di comunicare. L’opportunità è quella della scalabilità e della flessibilità; i rischi sono soprattutto legati al tema della cyber security (per esempio alla governance dei dati), all’aggiornamento delle infrastrutture, che devono essere resilienti e in grado di gestire carichi sempre più imprevedibili. E poi ci sono gli investimenti per le competenze: senza le adeguate professionalità, non saremo in grado di cogliere tutte le opportunità che oggi ci offre l’innovazione tecnologica”.

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