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Robot che ci assomigliano sempre di più: è l’era delle macchine antropomorfe?

Scenario fantascientifico a parte, la robotica di frontiera (insieme alla sempre maggiore conoscenza dei meccanismi che regolano il corpo umano) ci offre già oggi tecnologie in ambito sanitario di grande utilità: protesi, esoscheletri e dispositivi per la riabilitazione e la cura della nostra salute, progettati da team che mescolano sapientemente ingegneria, medicina, design e dialogo con i pazienti (con coloro, cioè, che quei dispositivi li useranno).

Vi ricordate di Hannes, la mano robotica? Sviluppata da INAIL e Istituto Italiano di Tecnologia, restituisce alle persone con amputazione dell’arto superiore il 90% della funzionalità perduta. L’industrial design è a cura di ddpstudio, fondato da tre Alumni: Lorenzo De Bartolomeis, Gabriele Diamanti e Filippo Poli. E proprio il design dal DNA politecnico vale ad Hannes il premio per l’innovazione ADI Design Index 2018: «Per la qualità del vostro lavoro che, a ricaduta, rappresenta un valore per il design e per il nostro Paese»; e, nel 2020, l’ambito Compasso d’Oro.

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Credits: ddpstudio

“Il design” riporta la motivazione del premio, “si rivela uno strumento indispensabile per aiutare le persone in difficoltà a riappropriarsi del proprio futuro. Tecnologia ed estetica aiutano a superare un disagio psicologico e un deficit fisico”. Ed in effetti è proprio questo che fa Hannes, nelle parole di Marco Zambelli, che più di 40 anni fa, all’età di 16 anni, perse la mano destra in un incidente sul lavoro. È lui il “paziente zero” su cui è stata progettata Hannes. Ci ha raccontato della prima volta che l’ha indossata: “Mi sono emozionato. Mi sono reso conto che potevo riappropriarmi della mia mano”.

Scopri tutta la storia di Hannes su Map

Adesso Hannes avrà un fratellino, dal design nato in grembo allo stesso ddpstudio.

TWIN, L’ESOSCHELETRO PER TORNARE A CAMMINARE

Twin, l’esoscheletro robot, è un dispositivo per la riabilitazione neuromotoria di pazienti con deficit di locomozione ed equilibrio, emerse a seguito di lesioni spinali o ictus. Serve, insomma, per permettere ai pazienti con lesioni del midollo spinale di camminare in modo indipendente. È progettato, come Hannes, da INAIL, IIT e, per l’industrial design, ddpstudio. E di nuovo al design si deve la sua recente celebrità: è ancora in fase di sviluppo ma sta già collezionando riconoscimenti da tutto il mondo.

Da oltreoceano il prestigioso Good design Award nella categoria Robotics. Il premio è stato attribuito dal Chicago Athenaeum, di cui fanno parte il Museo di architettura e design della città statunitense e il Centro europeo di architettura, design e studi urbanistici. In “patria”, Twin entra nell’ADI Design Index 2021, nella categoria design per la persona , partecipa alla selezione finale del Compasso d’Oro 2022 e sarà in mostra all’ADI Design Museum da metà giugno.

E infine riceve il premio IF International Forum Design 2022, nella categoria Product Medicine/Health: attribuito ai designer che hanno collaborato allo sviluppo del dispositivo. L’IF Design Award è considerato uno dei premi per il design più prestigiosi al mondo. TWIN è stato selezionato tra 11.000 candidature presentate da 57 Paesi e valutato da una giuria di 132 membri, composta da esperti indipendenti provenienti da tutto il mondo.

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Credits: Inail

UNA RADIOGRAFIA DEL NOSTRO GEMELLO: COME È FATTO?

Twin è un dispositivo robotico indossabile, autonomo, che consente alle persone con lesioni spinali complete e parziali di camminare di nuovo. La sua tecnologia è in grado di valutare i progressi riabilitativi e di definire il livello di assistenza in ogni momento; utilizza il movimento residuo del paziente per assisterne la camminata, intervenendo, solo se è necessario, per sostenerlo e aiutarlo a completare correttamente il passo. Quando il paziente inclina il busto in avanti, Twin si muove. Per fermarsi, si esercita un movimento leggero nella direzione opposta, riportando il busto in posizione eretta. La velocità “di crociera” è più o meno metà di quella di un soggetto sano, circa 2 o 2,5 km/h.

È pensato per essere usato in combinazione con la sedia a rotelle, almeno per il momento. Permette di passare facilmente dalla posizione seduta a quella in piedi, è smontabile e può essere indossato facilmente, in pochi minuti, pur restando seduti. È regolabile in altezza e può supportare utenti fino a 110 kg di peso.

È composto da una struttura rigida che serve a mantenere il paziente in posizione eretta e ha 4 motori, due alle anche e due alle ginocchia. Il bacino è una scocca in fibra di carbonio e contiene il cervello e il cuore di Twin, cioè il sistema di controllo e le batterie. L’autonomia consente una camminata continua con fino a 4 ore.

Nasce da un processo di progettazione condiviso, che ha coinvolto un team multidisciplinare di pazienti, clinici, ricercatori, ingegneri e designer in tutte le fasi dello sviluppo.

“È un percorso molto lungo, iniziato nel 2014 e non ancora terminato”, commenta Gabriele Diamanti. “Ed è un progetto design-centrico, cioè parte dalle esigenze dei pazienti: infatti nel primo periodo abbiamo partecipato a diversi focus group con persone paraplegiche e visitato le strutture di cura. Da lì è nato il concept meccanico e poi, piano piano, è stata implementata la tecnologia”.

Nel corso degli anni sono stati prodotti diversi prototipi, ogni volta testati con i pazienti, per rilevare problemi e opportunità di implementazione. La strada per dare a Twin la scalpellata finale è ancora lunga: “Il prototipo premiato è già stato superato”, aggiunge De Bartolomeis. “Per noi è strano, perché ciò che agli occhi di tutti sembra nuovo, in realtà, ha già nuove forme e funzionalità. Essendo un progetto di ricerca il team di lavoro sta lavorando a una piattaforma che darà vita, nei prossimi tre anni, a soluzioni con applicazioni e funzioni differenti (ovviamente non sono ancora pubblicabili)”.

ANDRESTI IN GIRO, AL SUPERMERRCATO, AL BAR, INDOSSANDO UN ESOSCHELETRO?

Una volta completato, Twin affronterà la sperimentazione clinica, la certificazione e poi il mercato. E ancora una volta si confronterà con l’essere umano: come verrà accolto?

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Credits: Web Marketing Festival

“Lavorando in questo progetto da anni e parlando con tante persone, pazienti e medici, ci siamo accorti che la risposta può non essere scontata”, riprende Diamanti. “I pazienti possono avere preconcetti, sia esageratamente positivi che negativi, rispetto all’idea di usare un esoscheletro, e questo influenza moltissimo i risultati dei test. Ci sono i pazienti che lo rifiutano: perché, si chiedono, devo mettermi quella roba? Con la mia sedia vado molto più veloce di voi “bipedi”. Perché la tecnologia, quando nasce, è ancora indietro rispetto alla natura. Altri pazienti ci credono molto perché sblocca la possibilità di interagire guardando le persone negli occhi alla stessa altezza. Un po’ fa l’abitudine, un po’ l’atteggiamento verso l’innovazione. Un altro grosso tema è quello dei pregiudizi a livello sociale: la stessa sedia a rotelle ora è considerata normale, però, 50 anni fa, uno che passava per strada in sedia a rotelle lo guardavano tutti. L’innovazione non è solo tecnologica ma anche culturale. Quando tutti ti guardano a occhi sgranati mentre vai a fare la spesa con un esoscheletro robotico, può esserci un certo imbarazzo. Diverso è anche l’approccio di chi ha subito la lesione molto tempo fa e di chi, invece, l’ha appena subita. E dipende anche dal tipo di lesione e dalla posizione: a seconda di quale vertebra è coinvolta, cambia il controllo che hai del corpo”.

Conclude ancora Diamanti:

“In un team di lavoro così variegato e tecnico, la formazione che abbiamo ricevuto al Poli ci fa sentire a casa nostra”.

Credits home: Web Marketing Festival
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