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Un satellite è come il maiale: non si butta via niente

Disclaimer: questo è un articolo lungo. Prima di tutto, quindi…

…LA SINTESI

È di qualche giorno fa l’annuncio che la start-up D-Orbit si appresta a quotarsi sul Nasdaq tramite la Spac Breeeze Holdings, con un accordo che valuta la società 1,3 miliardi di dollari. Ne hanno parlato, tra gli altri, Corriere della Sera , Startup Italia e Forbes. Fondata nel 2011 da Luca Rossettini, Alumnus in ingegneria aeronautica e PhD, insieme a Renato Panesi (rispettivamente CEO e CCO), D-Orbit ha sede a Fino Mornasco, in provincia di Como. È un fornitore di prodotti e servizi per il mercato new space.

Lo scorso anno l’azienda ha registrato ricavi per 3,4 milioni di dollari e prevede una crescita a 22 milioni di dollari nel 2022. Attualmente conta un portafoglio ordini pari a $12,5 milioni, ma ha trattative in corso per ulteriori $167 milioni. La società prevede di diventare profittevole su base Ebitda entro il 2024, per cui avrà bisogno di una crescita dei ricavi a circa $445 milioni. È un caso che ha fatto notizia per la velocità di crescita della ormai ex start-up, ma anche per l’interesse sempre maggiore intorno agli aspetti commerciali e pioneristici dell’esplorazione spaziale.

La redazione di Alumni ha incontrato Rossettini per fargli qualche domanda. È finita che noi abbiamo imparato un sacco di cose sui mercati del new space e sugli effetti italiani di questa industria in espansione. Ve le raccontiamo.

SEMPLIFICANDO: SIAMO CORRIERI SPAZIALI, CONSEGNIAMO SATELLITI INVECE DI PACCHI

A bordo del razzo Falcon 9, partito da Cape Canaveral lo scorso 13 gennaio, viaggiava anche il veicolo di trasporto orbitale ION Satellite Carrier di D-Orbit. Una volta raggiunta l’orbita, ION si è occupato della consegna “ultimo miglio”, trasportando i satelliti nelle rispettive posizioni operative. “Nel new space la chiamiamo last mile delivery”, spiega Rossettini. “Un po’ come farebbe il camioncino del corriere, andiamo in giro per lo spazio a consegnare i pacchetti porta a porta, cioè a portare i satelliti dove servono”. È un servizio che ha radicalmente cambiato il modo di mandare i satelliti in orbita: “fa risparmiare fino all’85% del tempo e fino a un 40% di costi”.

D-Orbit è stata la prima azienda a offrire questo tipo di servizio nella logistica spaziale, ma è solo una delle attività sul loro registro. “Una volta consegnati i pacchi, abbiamo un “camioncino” perfettamente funzionante in orbita,” continua Rossettini. “Invece di farlo rientrare, si può usare quel satellite per fare altre cose, ad esempio operazioni di in-orbit demonstration and validation (cioè dimostrazioni di tecnologia in orbita)”. Normalmente, per mandare in orbita un pezzo di tecnologia possono servire anni; D-Orbit garantisce la possibilità di fare i test in pochi mesi. È un esempio di come i servizi di logistica spaziale evoluta rappresentino un acceleratore del go-to-market per molte aziende high tech, e non solo. “Gli end –user dei nostri servizi appartengono ai settori più svariati, dall’oil and gas ai servizi all’agricoltura”.

d-orbit

STAZIONI DI SERVIZIO ORBITANTI DOVE TROVARE CARBURANTE, MECCANICI, PEZZI DI RICAMBIO. MANCA SOLO IL BAR

Essendo veneto di origini, scherza Rossettini, gli piacciono gli esempi concreti: un satellite è un po’ come il maiale, non si butta via niente.

“Un altro obiettivo su cui stiamo lavorando è quello di creare una rete cloud in cui ognuno di questi satelliti ION, una volta terminate le consegne, resti in orbita e rappresenti un nodo per offrire servizi a tutti i satelliti che ne hanno bisogno. Oggi non siamo ancora a questo punto, ma in un futuro prossimo i nostri ION saranno in grado di scambiare informazioni con gli altri satelliti, effettuare riparazioni, ricariche di carburante, riallocazione, qualsiasi cosa possa estendere la vita dei satelliti dei nostri clienti. Quando invece saranno proprio alla fine, invece di distruggerli facendoli precipitare nell’atmosfera come facciamo oggi, potremo di smantellarli e costruire stazioni di servizio in orbita, per immagazzinare pezzi di ricambio e materia prima. Una volta che avremo queste capacità, potremo andare verso la nostra vision: una rete di logistica e trasporto che colleghi Marte, fascia degli asteroidi, Luna e Terra, che permetterebbe di mantenere insediamenti su altri pianeti a costi sostenibili”.

Pronti per il balzo verso l’ultima frontiera.

MODELLO “PAPERON DE’PAPERONI”: TECNOLOGIE ABILITANTI, GRANDI RISCHI, GRANDI RICOMPENSE

Ma come mai il new space sta crescendo così velocemente? Cosa ci può portare di buono e quali sono i rischi di questa nuova corsa all’oro? “Tutti i settori high tech stanno crescendo enormemente e molte aziende tradizionali si stanno spostando verso digitalizzazione, industria 4.0, big data e informazioni predittive. L’agricoltura sta diventando agritech, la finanza fintech, l’automotive diventa autonomous driving e via dicendo. Per sostenere questa trasformazione, servono informazioni evolute. E vengono tutte da satellite”.

Più dell’80% della tecnologia che usiamo a terra è di derivazione spaziale. Il presidio dello spazio è quindi diventato un requisito abilitante per le trasformazioni tecnologiche e economiche terrestri. Anche il mercato satellitare è cambiato, e D-Orbit lo ha capito con un anticipo che le ha fornito un vantaggio strategico.

ION-Satellite-Carrier

“Prima si lanciava un grande satellite ogni tanto, costava 800 milioni e ci volevano 15 anni per produrlo, adesso si lanciano satelliti molto più piccoli, fino a 400 volte meno costosi. Durano anche meno, ma non importa, perché la tecnologia diventa obsoleta velocemente. D’altra parte, bisogna muoversi rapidamente e con precisione. Ecco che la logistica diventa un’infrastruttura abilitante. Mi viene in mente Paperon de’ Paperoni, che è diventato ricco non cercando l’oro ma vendendo piccozze ai cercatori d’oro. La logistica è questo, noi abilitiamo gli altri a fare meglio quello che devono fare e sono gli altri a decidere come usare gli strumenti che diamo loro”. I rischi sono chiari: lo spazio è difficile, è un ambiente ostile, con temperature insostenibili, dove qualsiasi cosa ti vuole uccidere. Le cose possono andare veramente tanto male. Servono capitali ingenti. Non sai mai se il lanciatore ce la farà o esploderà. Ma le ricompense sono altissime.

TORNIAMO CON I PIEDI PER TERRA…

…e chiediamo a Rossettini il perché della scelta di quotare D-Orbit proprio adesso. “Quando fai un’azienda high tech devi pensare ad una forma di exit per gli investitori. Quindi, hai due strade: o ti fai comprare o diventi una S.p.A. Noi abbiamo sempre lavorato per questa seconda via. Perché adesso? Perché è il momento di crescere velocemente per mantenere il nostro primato”. Si tratta di un modello di business molto diverso da quello tradizionalmente legato al contesto italiano, caratterizzato da una costellazione di PMI e imprese famigliari.

Ci stai dicendo il nostro contesto non è adatto alle industrie dell’high tech?, gli chiediamo. “Non sono un economista, la mia opinione si basa solo sulla mia esperienza e i contatti con investitori e clienti, da un punto di vista high tech e da italiano che viene dal Veneto (patria della PMI efficaci). Il modello italiano è basato sul concetto di ROI a breve termine: fai profitto il prima possibile perché è quello che mantiene l’imprenditore e la sua famiglia. Se ti quoti, le azioni vanno via in grossi pacchetti per piccole somme. È un modello basato su un mercato regionale, in un certo senso protetto e gestibile. Nel mondo high tech non puoi mai partire da un mercato protetto, sei nell’arena internazionale fin dal primo giorno. Ti trovi a competere immediatamente con player molto più finanziati che in Italia. Il profitto non è più un modo per remunerare gli investitori, non sono i dividendi a fine anno che li interessano, ma la crescita esponenziale dell’azienda. È quindi un modello diverso, non so quale dei due sia il migliore. Il modello high tech è molto recente, quello italiano invece si è dimostrato solido nel lungo periodo. Però il contesto era diverso. Vedremo”.

NEI PANNI DI ROSSETTINI-IMPRENDITORE: UN ITALIANO, VENETO, NEL MONDO

A cosa serve all’Italia avere casi di successo come il vostro? “Ci sono molte aziende meravigliose che sono partite da zero, ce l’hanno fatta e oggi sono un orgoglio nazionale, noi non abbiamo la velleità di essere un esempio per nessuno. Cerchiamo di mettercela tutta e di fare del nostro meglio insieme ai nostri fornitori locali, che sono ormai diventati quasi dei partner. Questo momento per noi ha attirato molta attenzione mediatica ma il messaggio è che noi siamo all’inizio di un nuovo percorso. A livello di territorio, ci sarà certamente un impatto sull’occupazione, vantaggi reputazionali e pratici e un indotto importante sulla ricchezza dell’ecosistema che ci circonda”.

Un successo non da poco, considerando che, quando bussi alla porta di un investitore, la prima domanda che ti fa è: perché mai dovrei investire nella tua impresa e non in quella di un tuo collega nella Silicon Valley? Come gli rispondi? “A livello di tecnologia, l’Italia non ha nulla da invidiare a nessuno. Nel settore space in particolare siamo pionieri da sempre: siamo stati il terzo paese al mondo a lanciare un satellite in orbita, in piena guerra fredda, dopo USA e URSS, con i miliardi di dollari che stavano investendo loro. Abbiamo una filiera che copre tutta la catena del valore, abbiamo un ottimo lanciatore, il Vega. E abbiamo anche altri vantaggi: uno è senza dubbio la qualità degli ingegneri e in generale dei nostri laureati, meno specializzati rispetto a altri, ma più flessibili. Un ingegnere italiano, di fronte a un problema, di certo ti sa dare risposte valide in tempi brevi. Questo è particolarmente un vantaggio per le start up, che non hanno abbastanza capitale da poter assumere subito un team molto numeroso, quindi servono persone più versatili.

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Luca Rossettini

D-Orbit non sarebbe riuscita a nascere in un altro paese: è grazie alla creatività, alla resilienza e alla voglia di non mollare, tipica di noi italiani, che abbiamo risolto un problema dopo l’altro. Un altro punto di forza del modello italiano è che non è finita finché non è finita. Nel modello Silicon Valley vige il detto: “fallisci in fretta”. Il principio è corretto: se non hai un mercato non ti devi ostinare, ma, nella maggior parte dei casi, mollare alla prima occasione significa che non stai facendo il tuo dovere di imprenditore”.