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Cini Boeri: una vita passata a “progettare per la gioia”

Cini Boeri si laureava nel 1951. Nel 2015 l’abbiamo incontrata tra le sue opere, alcune più anziane di chi scrive, per raccontare i suoi oltre 60 anni di carriera attraverso una delle sue ultime mostre monografiche: “Progettando la gioia”. Ricordiamo la celebre architetta viaggiare con occhi sognanti e con ironia attraverso i suoi lunghi anni e attraverso la storia dell’architettura e del design del ‘900, mentre rispondeva alle domande degli Alumni:

cini boeri
foto Maria Mulas

AP: Cini, lei si è laureata nel 1951, poi ha aperto molto presto il suo studio, nel ’63. La sua carriera è decollata tra progetti, insegnamento, ricerca, fino a questa esposizione, “Progettando la Gioia”, una sorta di compendio della sua vita professionale.

CB: Sì, non ho dovuto aspettare molto, dopo la laurea, per iniziare a lavorare. Da Gio’ Ponti sono rimasta solo un anno. È stato lui spingermi verso la professione. Mi diceva: “Tu, coi colori che fai, devi fare l’architetto!”. Poi sono andata da sola. Avevo una segretaria e ogni tanto qualche stagista a fare pratica.

AP: Durante un’intervista, ha dichiarato che una buona parte del suo lavoro consiste nel progettare oggetti di uso comune, con lo scopo che non siano posseduti bensì utilizzati. L’utilizzo degli oggetti e il rapporto con lo spazio può essere una fonte di gioia. Cosa significa?

CB: Quando progetto una casa per una coppia di coniugi, ad esempio, propongo sempre di inserire una stanza in più. Loro mi chiedono sempre: “per gli ospiti?”. Ma no! Non per gli ospiti. Perché se una sera uno ha il raffreddore può andare a dormire in un’altra stanza, per esempio. Uno dovrebbe poter scegliere, sapere che può andare a dormire con il proprio compagno, ma che può anche decidere di non farlo, senza che questo pregiudichi la vita di coppia. Credo sarebbe molto educativo insegnare i giovani che quando si uniscono in coppia non è obbligatorio dividere il letto, è una scelta. È molto più bello.

AP: Quindi secondo lei si possono usare gli spazi quotidiani per educare le persone a diversi modelli di vita?

CB: Esattamente! Certo.

Serpentone cini boeri
foto archivio storico Arflex

AP: In che modo pensa che il suo lavoro possa contribuire a questa educazione della cittadinanza?

CB: Un po’, la società matura per conto suo. Oggi le persone sono più autonome e indipendenti. È un processo in atto. Io, nella mia veste di architetto, posso proporre dei modi alternativi di abitare e vivere gli spazi, agevolando un processo di emancipazione già in atto e promuovendo ovunque possibile la libertà di scelta.

AP: Parlando della sua opera, parole che emergono spesso sono quelle di un approccio democratico all’architettura e al design. Cosa significa? Quali sono i suoi padri intellettuali?

CB: È il Politecnico che ci ha abituati così. Abbiamo avuto un insegnamento molto aperto, non so se oggi sia ancora così!

AP: Ci racconta qualcosa degli anni del Poli?

CB: Ecco… si discuteva abbastanza. Io arrivavo con delle idee già maturate sull’autonomia e la responsabilità reciproca: già allora pensavo che fosse importante mettere il focus su libertà degli individui, e i miei progetti hanno sempre cercato di concretizzare questo principio. Per cui si discuteva! Perfino oggi, è difficile che queste idee vengano accolte come proposte serie. Quella della camera da letto in più, ad esempio, viene presa come una minaccia al matrimonio! Ma non è così. Imparare a pensare per conto proprio favorisce il benessere della coppia, non lo minaccia.

AP: Con chi discuteva? Con gli insegnanti?

CB: non necessariamente. I professori erano di ampie vedute. Mi ricordo, ad esempio, del prof. Renato Camus (immagino oggi non ci sia più!): sempre orientato verso la modernità, verso nuovi modi di vivere. Ma il modello famigliare era ancora molto tradizionale e gerarchico. La libertà non era sempre considerata uno strumento accettabile.

AP: Uno strumento?

CB: La libertà è uno strumento, in senso allargato. Ad esempio, quando un bambino impara a fare qualcosa da solo, acquisisce al tempo stesso la responsabilità di doverlo fare e la libertà di poterlo fare.

AP: Lei ha avuto e ha tuttora molti collaboratori più giovani. Cos’è cambiato negli architetti, nei 60 anni della sua carriera?

CB: C’è più libertà d’azione, più possibilità di scegliere e più consapevolezza. Questo dipende sia dall’evoluzione generale della società, sia dal fatto che oggi la professione è meglio riconosciuta, è diventata un valore culturale oltre che estetico. Ai miei tempi, l’architetto era visto un po’ come il decoratore, non come quello che rende funzionale uno spazio, e quell’approccio ci toglieva il nostro valore principale, la funzionalità. La funzionalità è un invito a vivere lo spazio in un certo modo, invece che in un altro: nel mio caso, un invito a togliere le dipendenze, a promuovere l’autonomia e la riflessione. Progettare per la funzionalità è progettare per la gioia.

cantina pieve vecchia
foto Cantina Pieve Vecchia

AP: Lei però non ha progettato solo spazi, ma anche oggetti di design. Un tempo architettura e design non erano due discipline separate, mentre oggi vengono insegnate, al Poli, in due diverse facoltà. Qual è il rapporto che le lega?

CB: È un rapporto molto stretto. Il motivo sottostante un progetto, che sia di un mobile o di un locale, è sempre la funzionalità. La fisionomia dello spazio è legata alla sua funzione d’uso. Lo stesso vale per il design. Gli oggetti devono aiutare a vivere lo spazio, non occuparlo.

AP: Sempre a proposito del rapporto tra le varie discipline di matrice politecnica, le riporto una recente dichiarazione di Renzo Piano: “Negli anni del Poli crebbe in me l’idea che quelli dell’Architetto e dell’ingegnere siano lo stesso mestiere”. È un invito a riflettere sulle cose che ci legano in quanto Alumni Polimi, invece che su quelle che ci dividono. Cosa ne pensa?

CB: [ride] Per certi versi è vero! Cioè, non sono la stessa cosa, ma un progetto non si realizza senza la collaborazione dell’uno e dell’altro. Sono due mestieri molto vicini e devono collaborare. Non sono la stessa cosa perché all’ingegnere manca una cosa: il focus sulle necessità della persona. Insomma, se io devo progettare un appartamento per una famiglia, vado a conoscerla, passo del tempo con loro, cerco di entrare nelle loro dinamiche famigliari.

AP: Qual è l’elemento portante del rapporto tra lei e il suo committente?

CB: La comunicazione e la fiducia, che deve essere reciproca. Non sempre quello che io propongo è quello che il committente si aspetta. Non sempre ci si capisce al volo. Ad esempio, quella storia della camera in più, talvolta, mi ha fatto passare per una “killer dei matrimoni” [ride]. Ma non è così! Io, come architetto, devo saper ascoltare e interpretare loro necessità. Il committente deve imparare a fidarsi. Di solito funziona!

AP: I suoi committenti sanno quello che vogliono, quando vengono da lei?

CB: No! Vogliono il meglio… [ride], e, di solito, vogliono quello che hanno visto. Una volta mi proponevano i divani in stile ottocentesco, tutti sagome e volute, oggi mi propongono cose astratte che non servono a niente. D’altra parte credono che l’architetto porti la novità in quanto tale. Invece, io voglio portare benefici alla vita! Quindi, bisogna ascoltarsi e venirsi incontro. Alla fine, sono tutti sempre molto soddisfatti.

AP: Lei ha dichiarato in un’intervista che un progetto nasce, per dirlo con parole politecniche, da un processo di analisi e sintesi. Me lo spiega meglio?

CB: Il momento di analisi è quello dell’ascolto, in cui, come ho spiegato, imparo a conoscere il committente. Il momento di sintesi è quello creativo, che è altrettanto importante. Noi proponiamo il nuovo, che è frutto della creatività, ma non lo proponiamo in modo indiscriminato: deve avere un posto e una funzione chiara nella vita delle persone.

AP: È una “creatività controllata”?

CB: In un certo senso… ad esempio, se devo fare una sedia non butto lì la prima cosa che mi viene in mente, sarebbe una stupidata. Invece, penso a come ci si siede, a come le diverse forme del corpo umano possono avere il sostegno giusto. La forma del corpo determina la linea interna di un sedile, punto di partenza del progetto. La funzionalità dirige la creatività.

AP: Cos’è per lei l’innovazione?

CB: È ciò che avvicina un progetto al committente, alle sue necessità. Che sono personali. Per evitare di riproporre sempre gli stessi schemi, l’architetto deve essere in grado di personalizzare il progetto. Deve conoscere il committente. E per conoscerlo deve avere un modo facile e diretto di comunicare.

AP: Quindi la comunicazione è un fattore chiave per l’innovazione?

CB: Esatto.

AP: Perché ha scelto la strada dell’architetto?

CB: Ah, questa è una domanda difficile! Non le so rispondere. Forse il momento determinante è stato durante la Resistenza, in montagna, quando conobbi De Finetti. Inizialmente mi diceva che ero una ragazzina, e che l’architetto era un mestiere da uomo. Poi, però, mi portava a fare delle passeggiate, mi faceva vedere delle case, mi chiedeva cosa ne pensassi. E alla fine mi disse che forse ero abbastanza seria per diventare architetto. “Ricordati che è una cosa seria”, mi diceva, “non un gioco”.

cini boeri casa nel bosco
Casa nel bosco, 1969 (foto Matteo Piazza)

AP: Mi racconta qualcosa degli anni della Resistenza?

CB: Ah, sì. L’ho fatta in pieno, con molto entusiasmo e molta buona volontà. Ero giovane! Siamo partiti dalle cose più banali, come portare la corrispondenza ai ribelli in montagna. Poi le cose si sono fatte serie. Alla fine abbiamo guidato le truppe partigiane.

AP: Non aveva paura?

CB: No, ero molto appassionata. La mia gioventù è stata determinata dall’anti-fascismo, che per fortuna era vivo nella mia famiglia e nei nostri amici. Ero già politicizzata, in un certo senso, con una sensibilità sul contesto sociale e le sue manifestazioni. Era tutto molto chiaro. L’anti-fascismo ci ha portato alla lotta e la lotta ad essere gli autori della nuova società. Parlo al plurale: non ero da sola, ero circondata dai miei coetanei.

AP: Sapevate cosa dovevate fare?

CB: Sapevamo molto bene che il fascismo andava condannato. Aveva troppi lati contrari al nostro modo di pensare: la propaganda personale, l’autorità, il rapporto autoritario con il lavoratore, eccetera. Sulla negazione di quello che viveva intorno a noi, ci siamo formati e abbiamo cominciato a costruire.

AP: Cos’ha voluto dire essere partigiani?

CB: Era una guerra semplice. Si combatteva sulle montagne, si sparava, si scendeva in città a scambiare documenti e si ritornava su. Ma non era una massa di persone, non era un esercito. Era un modo di essere e di pensare, la nostra natura. E quindi per noi era naturale agire così. A sua volta, la Resistenza ha formato il mio carattere e ha rassicurato i principi trasmessi dalla famiglia.

AP: Quei principi che sono alla base del suo lavoro…

CB: Esatto, l’autonomia, la libertà personale, l’approccio democratico, la responsabilità, il rispetto dell’altro nei rapporti interpersonali… tutti questi valori, che hanno determinato la mia carriera, vengono da lì. Io sono felice della mia professione, ma se dovessi sceglierne un’altra farei l’insegnante, anche alle scuole elementari. Questi sono valori che vanno trasmessi.

AP: Un’ultima domanda e poi la lascio ai suoi ospiti: qual è la lezione più importante che le ha lasciato il Poli?

CB: La serietà. L’architettura è costruire. È disciplina. Quando ero in studio con Gio’ Ponti, lui mi sgridava se trascuravo dettagli come riordinare la scrivania. Mi diceva: “L’architetto non fa questi errori. L’architetto tiene tutto organizzato, in modo che sia ben stabile”.

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10 famosi oggetti politecnici da Compasso d’Oro

Nato nel 1954 dall’intuizione dell’Alumnus Gio Ponti e gestito dall’Associazione Design Italiano (ADI), il Compasso d’Oro negli anni è diventato il massimo riconoscimento italiano nel campo del design nazionale e internazionale.

Sono circa 2300 gli oggetti e i progetti della collezione. Nel corso degli anni la mappatura si è evoluta e oggi copre anche campi non strettamente attinenti al mondo industriale. In occasione dell’Italian Design Day, vi presentiamo una lista di alcuni “made in Polimi”– sicuramente non esaustiva (ma se avete suggerimenti, scriveteceli!) –, grazie al supporto di articoli di Domus, Corriere Living, AD Italia e il podcast “Il design è donna”. Ne abbiamo scelti 10: 8 grandi classici e 2 “new entry” che cercano di rivelarci cosa ci aspetta nel futuro.

I CLASSICI DELLA STORIA DEL DESIGN

1. SEDIA 832 LUISA – 1955 – Successori Carlo Poggi – Alumnus Franco Albini

L’idea di Albini era quella di creare un modello ideale di seduta, identificandone gli elementi essenziali e i possibili utilizzi all’interno della casa. La sedia Luisa fu il risultato di una lunga ricerca dettata dalla necessità di arrivare alla “sostanza della forma” e alla possibilità della produzione in serie, come risposta al boom economico tra gli anni ‘50 e ‘60.

Nella motivazione della giuria del Compasso d’Oro, si legge:

“La Giuria, di fronte alla ragguardevole produzione presentata quest’anno nel campo delle sedie e delle poltrone ha riconosciuto al termine della discussione, l’interesse ed il livello della problematica suscitata dalla sedia disegnata dall’arch. Albini, sia per la soluzione elementare del raccordo gambe – bracciolo – schienale, che per, l’organicità formale degli innesti del materiale, che per gli incastri visibili, che per i problemi produttivi collegati alla intera concezione della struttura.”

2. TELEVISORE DONEY 14 – Brion Vega – 1962 – Alumnus Marco Zanuso e Richard Sapper

II televisore Doney vinse il prestigioso Compasso d’Oro nel 1962 e diventò presto il simbolo di uno stile di prodotti tecnologici attento al design.

TELEVISORE DONEY 14
Credits: ADI Design Museum

Dal sito dell’ADI Design Museum si legge che “Doney 14 è il primo televisore portatile a transistor fabbricato in Europa, dove la disposizione degli organi interni permette la loro inclusione in un volume compatto a tubo, ottenuto con il semplice accostamento di due valve su un bordo visibile. Per questo, la prima serie, ora ricercatissima, viene realizzata in acrilico trasparente, mentre le successive lasceranno posto a una più ampia gamma cromatica. Richard Sapper e Marco Zanuso vincono così il Compasso d’Oro nel 1962, proprio grazie alla forma ricurva inimitabile e al puzzle di componenti interni, tutti contenuti in un’unica scatola. Un’icona del design italiano prodotta da un altrettanto iconico brand, Brion Vega”.

3. SEGNALETICA E ALLESTIMENTO DELLA METROPOLITANA DI MILANO – 1964 – Alumna Franca Helg, Alumnus Franco Albini e Bob Noorda

Il Compasso d’Oro premia non solo gli oggetti, ma anche i progetti. Se durante gli anni al Politecnico vi siete mossi con i mezzi, allora sicuramente la segnaletica della metropolitana vi sarà familiare: ma lo sapevate che ha ricevuto il Compasso d’Oro?

segnaletica metropolitana milano
Credits: ADI Design Museum

 “Il Compasso d’oro 1964 viene attribuito agli architetti Franco Albini e Franca Helg ed al grafico Bob Noorda per le particolari qualità del coordinamento architettonico e dell’organizzazione della segnaletica delle nuove stazioni della Metropolitana Milanese”

si legge sulla motivazione della giuria del premio.

Si tratta del conferimento di un’identità precisa che si traduce in una serie di elementi grafici e di allestimento volti sia a dare un’immagine coordinata della metropolitana milanese, sia a rispondere in modo immediato e intuitivo alle veloci richieste d’informazione da parte degli utilizzatori della stessa, siano essi abituali od occasionali.

4. TELEFONO GRILLO – 1964 – Siemens – Alumnus Marco Zanuso

Il telefono Grillo è uno tra gli apparecchi che maggiormente hanno rappresentato un’innovazione nel campo della telefonia. Simbolicamente antenato del telefono portatile, ha introdotto per la prima volta il concetto di telefonata come momento privato e intimo. Il bilanciamento di tecnica, funzionalità ed estetica decretarono la sua vittoria al Premio Compasso d’Oro nel 1967.

“Progettato da Richard Sapper e Marco Zanuso, Grillo era molto più piccolo, leggero e maneggevole di qualunque altro apparecchio dell’epocacommenta il sito dell’ADI -. Di più: la chiusura a scatto anticipa di trent’anni buoni i primi cellulari analoghi ed è disponibile in diverse colorazioni. La SIP (‘madre’ di Telecom) lo adottò fra gli apparecchi distribuiti ai suoi abbonati, decretandone il successo di pubblico. Il Compasso d’Oro premiò la novità e l’agibilità dell’apparecchio, nonché le innovazioni tecniche e progettuali derivanti dalla riduzione dello spazio, ottenuta senza sacrificarne la funzionalità.”

Nel 1993, divenuto oggetto cult e tra i simboli del design moderno, Grillo è stato esposto al MoMa di New York.

5. LAMPADA DA TAVOLO ECLISSE – 1967 – Artemide – Alumnus Vico Magistretti

Ideata dall’Alumnus Vico Magistretti per Artemide nel 1965, la lampada Eclisse è “un equilibrio all’avanguardia tra forma e funzione, design e utilità”. La base del concetto sta nella sua funzionalità di regolazione dell’intensità della luce attraverso il suo paralume interno rotante che “eclissa” la sorgente luminosa. Infatti, con un involucro esterno fisso e un involucro interno mobile, la lampada può fornire luce diretta o diffusa.

“La Commissione stima che l’oggetto presentato abbia la doppia qualità di un alto valore progettistico-estetico e di una possibile diffusione di massa. Sottolinea inoltre la novità della soluzione tecnica che, con un semplice movimento a schermo rotante, gradua l’intensità dell’erogazione luminosa.”

6. DIVANO STRIPS – 1979 – Arflex – Alumna Cini Boeri

Alla fine degli anni 60, l’Alumna Cini Boeri (abbiamo parlato di lei qui) rivoluziona il settore del mobile con un suo pezzo che è rimasto un “evergreen” per la sua versatilità: il divano componibile Strips.

“Esso è usato come un vero guscio da sfilare, lavare, mutare, rinfilare e si chiude con una cerniera lampo come un vestito sopra il corpo di poliuretano,scriveva Cini Boeri nel 1974. “Il letto, pure sgusciabile e quindi lavabile, offre un uso più svelto del solito, perché la parte superiore apribile come un sacco a pelo, funge da coperta e lenzuolo. Si apre, ci si entra e si richiude, si apre e se ne esce. Gli Strips sono cose necessarie, facili da usare.”

Oggi il divano Strips è nelle collezioni permanenti di musei autorevoli come la Triennale di Milano e il MoMA di New York.

7. LAMPADA PARENTESI – 1979 – Flos – Alumnus Achille Castiglioni e Pio Manzù

Il progetto è basato su uno schizzo di Pio Manzù, che per primo concepì l’idea di una lampada che potesse scorrere in verticale dal pavimento al soffitto e viceversa e ruotare di 360°, ma che morì prima di vederla realizzata.
Una volta arrivato nelle mani di Achille Castiglioni, il bozzetto viene re-interpretato dando vita a Parentesi, dove Castiglioni sostituisce l’asta con una corda metallica e riduce al minimo l’utilizzo dei materiali e il numero di componenti (fonte).

La lampada è esposta in molti musei e mostre dedicate al disegno industriale di tutto il mondo, come per esempio il MoMa di New York, mentre in Italia è esposta alla Triennale di Milano, al GAMeC di Bergamo e altre gallerie e musei di rilevanza nazionale.

Sempre parlando di Castiglioni, una menzione d’onore va anche alla celebre lampada “Arco”, che nel 2020 ha vinto un premio Compasso d’Oro per la “Carriera del Prodotto”. Questa lampada, a causa dei numerosi tentativi di imitazione, è stata il primo oggetto di design industriale a cui è stata riconosciuta la tutela del diritto d’autore al pari di un’opera d’arte (fonte).

8. SEDIA SOVRAPPONIBILE K4870 – Kartell -1987 – Alumna Anna Castelli Ferrieri

Ogni azienda ha il suo stile e quello di Kartell è inimitabile – scrive il sito ufficiale dell’ADI -, perché è partito da una tecnologia, quella dello stampaggio di plastiche colorate, continuamente reinterpretata dai migliori progettisti, con forme e funzioni sempre nuove e diversificate.

sedia K4870
Credits: ADI Design Museum

Con la K4870, nel 1987, il Compasso d’Oro premia però anche una protagonista assoluta del design italiano: Anna Castelli Ferrieri (ne abbiamo parlato anche qui), riconosciuta e riconoscibile per un rigore formale straordinario ma mai scevro da una punta di giocoso engagement, anticamera di una poetica della funzione. Qualità che si esprimono nella sedia sovrapponibile 4870, tanto essenziale quanto funzionale e piacevole al tempo stesso. Anna Castelli Ferrieri riceverà un secondo premio nel 1994 con un progetto per Sambonet. Fra i suoi mille meriti, c’è anche quello di essere stata la prima Presidente(ssa) di ADI, dal 1969 al 1971.

UNO SGUARDO AL FUTURO

9. E-LOUNGE – 2020 – Alumnus Antonio Lanzillo & Partners

E-LOUNGE è design innovativo e polifunzionale, un prodotto che, se da una parte assolve alla naturale funzione di una panchina, dall’altra mette a disposizione dei cittadini diversi servizi come la connessione wi-fi, la rastrelliera per lo stazionamento delle biciclette, le prese di corrente per la ricarica di apparecchi elettronici e di dispositivi di mobilità elettrica (e-bike, monopattini ed hoverboard).

Per la giuria del Compasso d’Oro, E-LOUNGE è “una nuova tipologia di prodotto in grado di unire diversi aspetti progettuali: digitale, sharing economy, cultura del vicinato, arredo urbano, connessione. Impresa che si fa interprete dello spirito dei tempi attraverso il design”.

Leggi il commento dell’Alumnus politecnico Antonio Lanzillo sul sito Alumni 

10. HANNES – 2020 – Alumni Lorenzo De Bartolomeis, Gabriele Diamanti, Filippo Poli – Ddpstudio 

HANNES è una mano protesica realizzata da Lorenzo De Bartolomeis, Gabriele Diamanti e Filippo Poli, tre Alumni Designer laureati al Politecnico di Milano, e sviluppata da Istituto Italiano di Tecnologia e Inail.

Per la giuria del Compasso d’Oro “il design si rivela uno strumento indispensabile per aiutare le persone in difficoltà a riappropriarsi del proprio futuro. Tecnologia ed estetica aiutano a superare un disagio psicologico e un deficit fisico”. HANNES si caratterizza per l’estrema somiglianza con un arto umano sia nei movimenti che può eseguire sia nella forma, ed è in grado di restituire oltre il 90% delle funzionalità perdute a chi la usa.

Approfondisci su www.alumni.it la storia di Hannes, la mano robotica
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Cini Boeri: nel 2021 l’Alumna politecnica avrebbe compiuto 70 anni di laurea

Cini Boeri si laureava nel 1951. Nel 2015 l’abbiamo incontrata tra le sue opere, alcune più anziane di chi scrive, per raccontare i suoi oltre 60 anni di carriera attraverso una delle sue ultime mostre monografiche: “Progettando la gioia”. Ricordiamo la celebre architetta viaggiare con occhi sognanti e con ironia attraverso i suoi lunghi anni e attraverso la storia dell’architettura e del design del ‘900, mentre rispondeva alle domande degli Alumni:

cini boeri
foto Maria Mulas

AP: Cini, lei si è laureata nel 1951, poi ha aperto molto presto il suo studio, nel ’63. La sua carriera è decollata tra progetti, insegnamento, ricerca, fino a questa esposizione, “Progettando la Gioia”, una sorta di compendio della sua vita professionale.

CB: Sì, non ho dovuto aspettare molto, dopo la laurea, per iniziare a lavorare. Da Gio’ Ponti sono rimasta solo un anno. È stato lui spingermi verso la professione. Mi diceva: “Tu, coi colori che fai, devi fare l’architetto!”. Poi sono andata da sola. Avevo una segretaria e ogni tanto qualche stagista a fare pratica.

AP: Durante un’intervista, ha dichiarato che una buona parte del suo lavoro consiste nel progettare oggetti di uso comune, con lo scopo che non siano posseduti bensì utilizzati. L’utilizzo degli oggetti e il rapporto con lo spazio può essere una fonte di gioia. Cosa significa?

CB: Quando progetto una casa per una coppia di coniugi, ad esempio, propongo sempre di inserire una stanza in più. Loro mi chiedono sempre: “per gli ospiti?”. Ma no! Non per gli ospiti. Perché se una sera uno ha il raffreddore può andare a dormire in un’altra stanza, per esempio. Uno dovrebbe poter scegliere, sapere che può andare a dormire con il proprio compagno, ma che può anche decidere di non farlo, senza che questo pregiudichi la vita di coppia. Credo sarebbe molto educativo insegnare i giovani che quando si uniscono in coppia non è obbligatorio dividere il letto, è una scelta. È molto più bello.

AP: Quindi secondo lei si possono usare gli spazi quotidiani per educare le persone a diversi modelli di vita?

CB: Esattamente! Certo.

Serpentone cini boeri
foto archivio storico Arflex

AP: In che modo pensa che il suo lavoro possa contribuire a questa educazione della cittadinanza?

CB: Un po’, la società matura per conto suo. Oggi le persone sono più autonome e indipendenti. È un processo in atto. Io, nella mia veste di architetto, posso proporre dei modi alternativi di abitare e vivere gli spazi, agevolando un processo di emancipazione già in atto e promuovendo ovunque possibile la libertà di scelta.

AP: Parlando della sua opera, parole che emergono spesso sono quelle di un approccio democratico all’architettura e al design. Cosa significa? Quali sono i suoi padri intellettuali?

CB: È il Politecnico che ci ha abituati così. Abbiamo avuto un insegnamento molto aperto, non so se oggi sia ancora così!

AP: Ci racconta qualcosa degli anni del Poli?

CB: Ecco… si discuteva abbastanza. Io arrivavo con delle idee già maturate sull’autonomia e la responsabilità reciproca: già allora pensavo che fosse importante mettere il focus su libertà degli individui, e i miei progetti hanno sempre cercato di concretizzare questo principio. Per cui si discuteva! Perfino oggi, è difficile che queste idee vengano accolte come proposte serie. Quella della camera da letto in più, ad esempio, viene presa come una minaccia al matrimonio! Ma non è così. Imparare a pensare per conto proprio favorisce il benessere della coppia, non lo minaccia.

AP: Con chi discuteva? Con gli insegnanti?

CB: non necessariamente. I professori erano di ampie vedute. Mi ricordo, ad esempio, del prof. Renato Camus (immagino oggi non ci sia più!): sempre orientato verso la modernità, verso nuovi modi di vivere. Ma il modello famigliare era ancora molto tradizionale e gerarchico. La libertà non era sempre considerata uno strumento accettabile.

AP: Uno strumento?

CB: La libertà è uno strumento, in senso allargato. Ad esempio, quando un bambino impara a fare qualcosa da solo, acquisisce al tempo stesso la responsabilità di doverlo fare e la libertà di poterlo fare.

AP: Lei ha avuto e ha tuttora molti collaboratori più giovani. Cos’è cambiato negli architetti, nei 60 anni della sua carriera?

CB: C’è più libertà d’azione, più possibilità di scegliere e più consapevolezza. Questo dipende sia dall’evoluzione generale della società, sia dal fatto che oggi la professione è meglio riconosciuta, è diventata un valore culturale oltre che estetico. Ai miei tempi, l’architetto era visto un po’ come il decoratore, non come quello che rende funzionale uno spazio, e quell’approccio ci toglieva il nostro valore principale, la funzionalità. La funzionalità è un invito a vivere lo spazio in un certo modo, invece che in un altro: nel mio caso, un invito a togliere le dipendenze, a promuovere l’autonomia e la riflessione. Progettare per la funzionalità è progettare per la gioia.

cantina pieve vecchia
foto Cantina Pieve Vecchia

AP: Lei però non ha progettato solo spazi, ma anche oggetti di design. Un tempo architettura e design non erano due discipline separate, mentre oggi vengono insegnate, al Poli, in due diverse facoltà. Qual è il rapporto che le lega?

CB: È un rapporto molto stretto. Il motivo sottostante un progetto, che sia di un mobile o di un locale, è sempre la funzionalità. La fisionomia dello spazio è legata alla sua funzione d’uso. Lo stesso vale per il design. Gli oggetti devono aiutare a vivere lo spazio, non occuparlo.

AP: Sempre a proposito del rapporto tra le varie discipline di matrice politecnica, le riporto una recente dichiarazione di Renzo Piano: “Negli anni del Poli crebbe in me l’idea che quelli dell’Architetto e dell’ingegnere siano lo stesso mestiere”. È un invito a riflettere sulle cose che ci legano in quanto Alumni Polimi, invece che su quelle che ci dividono. Cosa ne pensa?

CB: [ride] Per certi versi è vero! Cioè, non sono la stessa cosa, ma un progetto non si realizza senza la collaborazione dell’uno e dell’altro. Sono due mestieri molto vicini e devono collaborare. Non sono la stessa cosa perché all’ingegnere manca una cosa: il focus sulle necessità della persona. Insomma, se io devo progettare un appartamento per una famiglia, vado a conoscerla, passo del tempo con loro, cerco di entrare nelle loro dinamiche famigliari.

AP: Qual è l’elemento portante del rapporto tra lei e il suo committente?

CB: La comunicazione e la fiducia, che deve essere reciproca. Non sempre quello che io propongo è quello che il committente si aspetta. Non sempre ci si capisce al volo. Ad esempio, quella storia della camera in più, talvolta, mi ha fatto passare per una “killer dei matrimoni” [ride]. Ma non è così! Io, come architetto, devo saper ascoltare e interpretare loro necessità. Il committente deve imparare a fidarsi. Di solito funziona!

AP: I suoi committenti sanno quello che vogliono, quando vengono da lei?

CB: No! Vogliono il meglio… [ride], e, di solito, vogliono quello che hanno visto. Una volta mi proponevano i divani in stile ottocentesco, tutti sagome e volute, oggi mi propongono cose astratte che non servono a niente. D’altra parte credono che l’architetto porti la novità in quanto tale. Invece, io voglio portare benefici alla vita! Quindi, bisogna ascoltarsi e venirsi incontro. Alla fine, sono tutti sempre molto soddisfatti.

AP: Lei ha dichiarato in un’intervista che un progetto nasce, per dirlo con parole politecniche, da un processo di analisi e sintesi. Me lo spiega meglio?

CB: Il momento di analisi è quello dell’ascolto, in cui, come ho spiegato, imparo a conoscere il committente. Il momento di sintesi è quello creativo, che è altrettanto importante. Noi proponiamo il nuovo, che è frutto della creatività, ma non lo proponiamo in modo indiscriminato: deve avere un posto e una funzione chiara nella vita delle persone.

AP: È una “creatività controllata”?

CB: In un certo senso… ad esempio, se devo fare una sedia non butto lì la prima cosa che mi viene in mente, sarebbe una stupidata. Invece, penso a come ci si siede, a come le diverse forme del corpo umano possono avere il sostegno giusto. La forma del corpo determina la linea interna di un sedile, punto di partenza del progetto. La funzionalità dirige la creatività.

AP: Cos’è per lei l’innovazione?

CB: È ciò che avvicina un progetto al committente, alle sue necessità. Che sono personali. Per evitare di riproporre sempre gli stessi schemi, l’architetto deve essere in grado di personalizzare il progetto. Deve conoscere il committente. E per conoscerlo deve avere un modo facile e diretto di comunicare.

AP: Quindi la comunicazione è un fattore chiave per l’innovazione?

CB: Esatto.

AP: Perché ha scelto la strada dell’architetto?

CB: Ah, questa è una domanda difficile! Non le so rispondere. Forse il momento determinante è stato durante la Resistenza, in montagna, quando conobbi De Finetti. Inizialmente mi diceva che ero una ragazzina, e che l’architetto era un mestiere da uomo. Poi, però, mi portava a fare delle passeggiate, mi faceva vedere delle case, mi chiedeva cosa ne pensassi. E alla fine mi disse che forse ero abbastanza seria per diventare architetto. “Ricordati che è una cosa seria”, mi diceva, “non un gioco”.

cini boeri casa nel bosco
Casa nel bosco, 1969 (foto Matteo Piazza)

AP: Mi racconta qualcosa degli anni della Resistenza?

CB: Ah, sì. L’ho fatta in pieno, con molto entusiasmo e molta buona volontà. Ero giovane! Siamo partiti dalle cose più banali, come portare la corrispondenza ai ribelli in montagna. Poi le cose si sono fatte serie. Alla fine abbiamo guidato le truppe partigiane.

AP: Non aveva paura?

CB: No, ero molto appassionata. La mia gioventù è stata determinata dall’anti-fascismo, che per fortuna era vivo nella mia famiglia e nei nostri amici. Ero già politicizzata, in un certo senso, con una sensibilità sul contesto sociale e le sue manifestazioni. Era tutto molto chiaro. L’anti-fascismo ci ha portato alla lotta e la lotta ad essere gli autori della nuova società. Parlo al plurale: non ero da sola, ero circondata dai miei coetanei.

AP: Sapevate cosa dovevate fare?

CB: Sapevamo molto bene che il fascismo andava condannato. Aveva troppi lati contrari al nostro modo di pensare: la propaganda personale, l’autorità, il rapporto autoritario con il lavoratore, eccetera. Sulla negazione di quello che viveva intorno a noi, ci siamo formati e abbiamo cominciato a costruire.

AP: Cos’ha voluto dire essere partigiani?

CB: Era una guerra semplice. Si combatteva sulle montagne, si sparava, si scendeva in città a scambiare documenti e si ritornava su. Ma non era una massa di persone, non era un esercito. Era un modo di essere e di pensare, la nostra natura. E quindi per noi era naturale agire così. A sua volta, la Resistenza ha formato il mio carattere e ha rassicurato i principi trasmessi dalla famiglia.

AP: Quei principi che sono alla base del suo lavoro…

CB: Esatto, l’autonomia, la libertà personale, l’approccio democratico, la responsabilità, il rispetto dell’altro nei rapporti interpersonali… tutti questi valori, che hanno determinato la mia carriera, vengono da lì. Io sono felice della mia professione, ma se dovessi sceglierne un’altra farei l’insegnante, anche alle scuole elementari. Questi sono valori che vanno trasmessi.

AP: Un’ultima domanda e poi la lascio ai suoi ospiti: qual è la lezione più importante che le ha lasciato il Poli?

CB: La serietà. L’architettura è costruire. È disciplina. Quando ero in studio con Gio’ Ponti, lui mi sgridava se trascuravo dettagli come riordinare la scrivania. Mi diceva: “L’architetto non fa questi errori. L’architetto tiene tutto organizzato, in modo che sia ben stabile”.