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Aula Natta: un pezzo di storia politecnica

Si entra come di nascosto nella C.I.1 nell’Edificio 6, ovvero l’Aula “Giulio Natta” nel Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica “Giulio Natta”, un composto organico di legno, ardesia e storia politecnica.  

Da una piccola porta ci si trova al cospetto di una grande platea: tredici ripide file di grandi e solidi banchi in legno, una parete di lavagne quasi al soffitto, salgono e scendono e si moltiplicano, ma dopo anni e anni di lezione tengono traccia sempre e solo dell’ultima lezione svolta, in un ciclo di rinascita che ricorda i cicli degli studenti, generazioni di padri, figli e nipoti che hanno studiato qui. Le finestre sono quasi completamente schermate da spesse tende, come se la luce del sole di Città Studi potesse rubare qualcosa dello spirito del tempo. La cattedra, nello stesso legno rossastro dei banchi, è quella da cui insegnò Chimica Industriale Giulio Natta, dal 1938 al 1973, mentre nei laboratori qui attorno sperimentava e scopriva la sintesi stereospecifica del polipropilene. 

giulio natta
Credits: sussidiario.net

Un’aula così grande in ogni elemento sembra essere stata costruita per studenti giganti. Quando entrano in visita, gli Alumni si fanno però piccoli, esitano circospetti sulla soglia, mentre le mogli, i mariti e i figli esplorano e si inerpicano lungo le scale, fino alla vetta, la finestra da cui si vede un albero ed il mondo intorno. I familiari vagano e gli ex studenti restano fermi nel ricordo di quello che è stato: qualcuno controlla negli angoli come quando si torna da una lunga vacanza, cercando un particolare fuori posto e trovando tutto nel solito ordine, altri cercano dei compagni di ricordo. Uno fa un giro rapido, riappropriandosi di uno spazio abbandonato, esce e con lo smartphone chiama subito un amico, gli racconta stupito di come “nulla sia cambiato nella Natta, mentre il Politecnico è tutta un’altra cosa, una cosa nuova”. 

aula natta

Inizia un elenco interminabile di corsi seguiti, “sembrano solo nomi ora – dice un Alumnus – ma al tempo erano lezioni, ore passate qui”: Chimica, Scienze delle Costruzioni, Teoria dell’Informazione e della Trasmissione. Ciascuno ricorda un mitico corso di un mitico anno, il proprio. Se si usassero i banchi come una carta-carbone si potrebbero ricalcare decine di migliaia di calligrafie, milioni di fogli di appunti, miliardi di formule. Un padre mostra al figlio le lavagne. Alcuni si riconoscono negli occhiali che portano, mostrandoseli reciprocamente:

“prima di cominciare i corsi in queste aule non avevamo gli occhiali, qui abbiamo lasciato qualche diottria per prendere appunti dalle file più lontane, intravedendo numeri a distanza”.

I figli si appoggiano sui banchi a cui i genitori arrivavano trafelati da casa nelle mattine della loro giovinezza, lasciavano sciarpe, cappelli, guanti e qualsiasi altro indumento per tenere un posto prezioso in prima fila. Per una volta gli Alumni sempre in anticipo incontrano i compagni di corso sempre in ritardo, quelli che arrivavano a lezione iniziata e per evitare lo sguardo dell’insegnante e della platea restavano fuori. 

Un ingegnere elettrotecnico della classe ’87 racconta del corso più bello della storia: Meccanica Razionale tenuto da Amalia Ercoli-Finzi, il primo ingegnere aeronautico donna d’Italia, la “signora delle comete”. Esattamente allo scoccare dell’ora, senza quarto d’ora accademico, Amalia Finzi entrava, salutava e cominciava a scrivere le note dalla lavagna in basso a sinistra, spiegando con una voce limpida e pulita che saliva verso tutta la platea, come se parlasse e spiegasse a ciascuno dei duecento studenti, guidando i giovani nei segreti dei sistemi meccanici. Quando suonava la campana la professoressa fermava il gessetto, le ultime formule stavano nell’ultima lavagna in alto a destra. Ogni giorno una parete di formule, per una stagione, finché una delle ultime ore di uno degli ultimi giorni, dalla quattordicesima fila di panche, si rompe l’incantesimo: uno studente si alza e lancia un aeroplanino di carta, il primo del corso. La prima aeronautica d’Italia vede la planata e il rovinoso atterraggio e con uno sguardo indulgente perdona il lanciatore, non si sa se per il gesto goliardico o per gli errori costruttivi. Il corso è finito senza altri aeroplanini, quarant’anni dopo Amalia Ercoli-Finzi ha festeggiato al Politecnico i suoi 80 anni, il lanciatore forse gira nella Natta cercando il suo banco, la sua sciarpa, i suoi appunti. 

Il MAP è una delle tante iniziative creata da Alumni Politecnico di Milano. Se ti piacciono questa e le altre attività gratuite per tutti i laureati, puoi sostenerle con una donazione.

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10 cose che ti mancano del Poli

10 anni sui social sono tanti, e quello che abbiamo notato durante questo tempo insieme a voi Alumni è che niente (niente!) vi scatena in positivo e in negativo – ma soprattutto in positivo! – come un bel viaggio nei ricordi politecnici. 

Così abbiamo deciso di appuntarci luoghi e situazioni che solleticano la vostra nostalgia, e il risultato è stato un elenco lunghissimo. Dopo un’accurata selezione, siamo arrivati a stilare un decalogo delle “10 cose che ti mancano del Poli”. Sicuramente ce ne sono di più, sicuramente alcune ce le siamo dimenticate o non hanno raggiunto la top 10: in questo caso, scrivetecelo nei commenti! Chissà, magari riusciremo a scrivere la puntata 2… 

Siete pronti? Iniziamo! 

1. La piscina di via Ponzio 

Chi aveva lezione o esami al Trifoglio d’estate sapeva che il suo spirito sarebbe stato messo alla prova non solo dallo studio, ma anche dall’eco dei tuffi provenienti dalle finestre aperte. Una cosa è certa: ne siete usciti temprati sia fisicamente che moralmente. 

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2. I colori e la street art della Bovisa 

Blu, rosso e giallo sono i colori che vengono in mente quando si parla di Bovisa, ma – per i più giovani – anche i tantissimi murales che l’hanno trasformata in un vero e proprio museo a cielo aperto. 

3. Le nottate di studio al patio di architettura 

Eterno melting pot di facoltà da mattina a sera, dove affrontare sessioni di studio matto e disperatissimo e dove confrontarsi. 

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4. Lo studio più taciturno sotto l’occhio di Guernica nella biblioteca di architettura 

Si tratta di una riproduzione 1:1 della celebre opera di Pablo Picasso, realizzata nel 1973 dal Movimento Studentesco.  

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5. L’aperitivo all’Harp pub/al La Rossa/al bar di via Ampère, all’ombra di un albero in piazza

Ideale per riprendersi da post-lezioni e post-esami.

6. Le panche “diversamente comode” dell’Aula Natta 

Dove seguire le lezioni in religioso silenzio (anche se ogni tanto partiva qualche aeroplanino…) 

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7. I viaggi eroici con plastici e modellini

La fatica incredibile per far arrivare i plastici interi in aula tra viaggi in macchina, metro, treno, tram… 

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8. E a proposito di tram: ovviamente il compianto 23! 

Come dimenticarselo? Ha accompagnato generazioni di studenti al Campus Leonardo fino al 2017, quando è stato mandato in pensione. 

9. Uno dei più grandi misteri della Bovisa: la porta volante 

Qualcuno sa perché è lì? 

10. Le infinite “sfide” tra ingegneri, architetti e designer 

Anche se, in fin dei conti, quello che davvero ci unisce è essere tutti, orgogliosamente, politecnici!